Ridesolo74 goes to Scozia

Prefazione – La strada verso la Scozia

Come ogni anno, arriva agosto.

E come ogni anno, arriva anche quel momento in cui dentro di me comincia a crescere una voglia difficile da ignorare: partire.

Non semplicemente prendere la moto e percorrere qualche strada, ma lasciare per qualche giorno tutto ciò che appartiene alla quotidianità e mettermi in viaggio da solo, affidandomi alla mia Triumph Tiger Rally 900 Aragon Edition, alle mie capacità e, soprattutto, a quella componente di imprevedibilità che rende ogni viaggio in solitaria una vera avventura.

Quest’anno, però, la scelta della destinazione non è stata affatto semplice.

La mia prima idea era ambiziosa: la Georgia.

Volevo raggiungerla in moto attraversando l’Europa e i Balcani, entrando poi in Romania per affrontare due strade che da tempo desideravo percorrere: la Transfăgărășan e la Transalpina. Da lì sarei sceso verso la Turchia, attraversandola fino alla Cappadocia, per poi proseguire verso il Monte Ararat e finalmente entrare in Georgia.

Un viaggio lungo, impegnativo, pieno di luoghi che da tempo avevo immaginato nella mia testa.

Poi, però, la realtà del mondo ha iniziato a mettere qualche dubbio su quel progetto.

Le situazioni geopolitiche del periodo mi hanno portato a riflettere. Un viaggio in solitaria deve essere prima di tutto un’avventura, ma anche un’avventura affrontata con consapevolezza. Così ho iniziato a valutare altre possibilità.

Ed è stato parlando con i miei cari amici motociclisti Stefano e Sabrina che è comparsa, quasi per caso, una nuova destinazione: la Scozia.

Devo essere sincero: all’inizio l’idea non mi affascinava particolarmente.

La Scozia non era nei miei programmi. Non era quella meta che avevo immaginato per mesi osservando mappe e itinerari.

Ma, a volte, sono proprio le destinazioni che non avevamo previsto a diventare quelle che ci regalano le avventure più belle.

Cominciai così a pensarci.

E più ci pensavo, più l’idea cresceva.

C’era innanzitutto il clima. Partire dall’Italia nel pieno di agosto, con il caldo e l’afa estiva, per arrivare in un Paese dove le temperature sarebbero state decisamente più basse mi attirava parecchio.

E poi c’era l’acqua.

La famigerata pioggia scozzese.

Qualche acquazzone, pensavo, avrebbe fatto parte del gioco. Dopotutto, un viaggio in moto senza qualche difficoltà sarebbe quasi troppo facile.

La decisione era presa.

Scozia.

A quel punto iniziò quella fase che precede ogni grande viaggio: la preparazione.

Perché l’avventura comincia molto prima di accendere il motore.

Comincia quando si apre una mappa, quando si controlla un percorso, quando si prepara una borsa e ci si chiede se quello che si sta portando sarà davvero sufficiente.

La prima cosa da sistemare fu la documentazione. Mi documentai sulle formalità necessarie per entrare nel Regno Unito e feci online il visto elettronico ETA. Una procedura semplice e velocissima, completata in pochi minuti.

Un’altra casella era spuntata.

Poi venne il momento dell’attrezzatura da campeggio.

Come ormai accade nei miei viaggi estivi, una parte dell’avventura sarebbe stata vissuta anche dormendo sotto una tenda. E campeggiare in moto significa imparare a convivere con uno spazio limitato, dove ogni oggetto deve avere un motivo per essere lì.

L’attrezzatura era già completa: sacco a pelo, materassino, cuscino, tenda, sottotelo, tavolino, sedia e tutto il necessario per cucinare.

Il mio inseparabile fornellino da campeggio era naturalmente pronto, insieme al piccolo set di pentole e all’attrezzatura necessaria per prepararmi qualcosa da mangiare durante il viaggio.

Ogni anno, però, qualcosa cambia.

Questa volta il grande aggiornamento tecnologico era rappresentato da…… un nuovo set di posate da campeggio pieghevoli.

Più belle, più pratiche e, soprattutto, decisamente più carine di quelle che avevo utilizzato fino ad allora.

Piccole cose, apparentemente insignificanti.

Ma anche questo fa parte della preparazione di un viaggio.

Poi venne lei.

La mia compagna di viaggio.

La Triumph Tiger Rally 900 Aragon Edition……

Prima di affrontare migliaia di chilometri dovevo essere certo che fosse pronta. La moto aveva ormai circa 73.000 chilometri, ma era in perfetta forma.

Il tagliando lo eseguii personalmente: cambio dell’olio, sostituzione del filtro dell’olio e controllo generale. Pulizia del filtro dell’aria, pulizia e ingrassaggio della catena, sostituzione delle pastiglie dei freni, controllo dei pneumatici e una verifica completa di tutto ciò che avrebbe potuto trasformare un piccolo problema in un grosso inconveniente a migliaia di chilometri da casa.

Perché quando viaggi da solo, soprattutto così lontano, la moto non è soltanto il mezzo con cui viaggi. È ciò che ti permette di continuare il viaggio.

Anche quest’anno decisi di affidarmi a pneumatici con i quali mi ero trovato bene l’anno precedente a Nordkapp: i Mitas Enduro Trail+ in versione Dakar.

Un battistrada più alto e una carcassa più rigida, caratteristiche che mi avrebbero dovuto permettere di affrontare strade diverse e condizioni non sempre prevedibili con un pizzico di serenità in più.

E poi c’era un ultimo acquisto.

Forse uno dei più importanti.

Un nuovo completo da moto in Gore-Tex laminato a due strati.

Perché una cosa era ormai certa: la Scozia avrebbe potuto regalarmi paesaggi spettacolari, strade meravigliose e cieli infiniti.

Ma avrebbe potuto anche regalarmi acqua. Tanta acqua.

E volevo essere pronto.

A quel punto non mancava praticamente più nulla.

Le borse erano pronte.

L’attrezzatura era sistemata.

La documentazione controllata.

La moto tagliandata e preparata.

Il nuovo abbigliamento era pronto ad affrontare il clima scozzese.

Davanti a me c’era soltanto la strada.

Una strada che mi avrebbe portato lontano da casa, attraverso migliaia di chilometri, paesaggi sconosciuti, incontri casuali, imprevisti, pioggia, vento, sole, solitudine e quella straordinaria sensazione di libertà che soltanto un viaggio in moto può regalare.

Non sapevo ancora cosa mi aspettasse.

Ed era proprio questo il bello.

Perché un vero viaggio comincia quando smetti di sapere esattamente come andrà a finire.

La Tiger era pronta.

Io ero pronto.

Si parte.

Capitolo 1 – La strada è iniziata

Venerdì 7 agosto. Ore 8:00

Ci siamo.

La moto è carica, le borse sono sistemate, l’attrezzatura è al suo posto e davanti a me ci sono migliaia di chilometri da percorrere.

Faccio un ultimo controllo.

Guardo la mia Triumph Tiger Rally 900, quasi come se volessi essere sicuro che anche lei abbia capito cosa ci aspetta.

Saluto mia moglie.

Poi infilo il casco.

Accendo il motore.

Metto la prima e parto.

Non c’è una grande cerimonia. Nessun conto alla rovescia.
Semplicemente, a un certo punto, si parte.

La prima direzione è la Svizzera.

Attraverso le Alpi svizzere, che ogni volta riescono a regalarmi qualcosa di speciale. Le montagne, le vallate, le strade che si arrampicano e poi scendono nuovamente verso il fondovalle.

Sono paesaggi che, anche quando li hai già visti, riescono sempre a lasciarti qualcosa.
Ma questa volta la Svizzera è soprattutto una terra di passaggio.

La meta è lontana e non posso fermarmi troppo.

Proseguo quindi il mio viaggio e, dopo aver attraversato la Svizzera, entro in Austria.
Qui mi fermo giusto il tempo necessario per acquistare la vignetta autostradale. Quella svizzera l’avevo già acquistata in occasione di un viaggio precedente in Germania, quindi una piccola incombenza era già stata risolta.

Pochi minuti e riparto.

La strada continua.

E finalmente arriva la Germania.

All’inizio continuo a percorrere l’autostrada, ma ben presto comincio a rendermi conto che non è esattamente il tipo di viaggio che avevo in mente.

Lavori.

Cantieri.

Restringimenti.

Code.

Altri lavori.

E ancora code.

Le famose autostrade tedesche, almeno quel giorno, si presentano in una veste tutt’altro che ideale.

In moto, stare fermi o procedere lentamente tra interminabili cantieri non è certo il modo migliore per godersi un viaggio.

Così, arrivato nella zona di Baden-Baden, prendo una decisione.

Lascio l’autostrada.

E quella che sembrava una scelta dettata semplicemente dalla necessità di evitare il traffico si rivelerà una delle decisioni migliori della giornata.

Prima, però, c’è una cosa da fare.

Benzina.

Cerco un distributore, faccio il pieno e guardo con una certa sorpresa il prezzo del carburante.

Il caro benzina non è certo un problema soltanto italiano.
Anzi, lì mi sembra addirittura peggiore.

Una volta fatto rifornimento, mi fermo qualche minuto su una panchina.

Apro le borse e tiro fuori quello che mi sono portato dall’Italia.

Perché tra l’abbigliamento, l’attrezzatura da campeggio e tutto il necessario per il viaggio, ho pensato anche a qualcosa da mangiare.

Ed ecco il mio primo spuntino frugale da viaggiatore solitario.

Niente ristorante.

Niente tavolo apparecchiato.

Una panchina, qualcosa da mangiare portato da casa e la moto parcheggiata lì vicino.

Ma è proprio in questi momenti che mi rendo conto di quanto mi piaccia viaggiare così.

Non ho nessuno che mi aspetta.

Non ho orari da rispettare.

Non devo rendere conto a nessuno delle mie decisioni.

Decido io quando fermarmi, quando ripartire e dove andare.

Dopo lo spuntino riparto.

La direzione è sempre quella: Calais.

Il traghetto per l’Inghilterra mi aspetta.

So perfettamente che, lasciando l’autostrada, ci metterò probabilmente più tempo. Ma ormai la decisione è presa.

E ancora una volta la strada mi dà ragione.

Comincio ad attraversare la Germania percorrendo strade statali e secondarie.
Ed è qui che arriva una delle prime vere sorprese del viaggio.

La Germania è fantastica.

Colline, saliscendi continui, boschi, piccoli paesi, strade immerse nel verde e panorami che cambiano continuamente.
Mi viene quasi da sorridere pensando a quello che spesso sento dire dai motociclisti italiani:
“La Germania? Attraversala velocemente, tanto non c’è niente di interessante.”

Beh…

Devo smentirli.

Forse bisogna semplicemente uscire dall’autostrada.
Perché vista dalla sella di una moto, la Germania mi sorprende.

E mi piace.

Tanto.

Il viaggio comincia a prendere quella dimensione che cercavo: non soltanto arrivare a destinazione, ma godermi la strada per arrivarci.

Il tempo passa senza che quasi me ne accorga.

Sono circa le 18:30 quando comincio a pensare che, per oggi, può bastare.
Ho ancora strada davanti, ma non voglio trasformare il viaggio in una corsa contro il tempo.

Il meteo è perfetto.

Fa caldo, c’è il sole e non c’è nessun motivo per rinunciare alla mia idea di dormire in tenda.

Cerco quindi un campeggio.

Google mi aiuta a trovarne uno e Google Maps mi conduce fino all’ingresso.
Arrivo.
E subito mi accorgo che qui le cose funzionano in maniera un po’ diversa.

Non c’è una reception.

Non c’è qualcuno dietro una scrivania ad aspettarmi.

La gestione è completamente elettronica.
C’è una macchina attraverso la quale devo registrarmi, pagare e ottenere l’accesso ai servizi.

Per un attimo mi guardo intorno cercando di capire come fare.
Poi arrivano in mio aiuto una coppia di tedeschi.
Gentilissimi.

Con il loro aiuto riesco a completare la registrazione, inserisco i miei dati, effettuo il pagamento e scarico la tessera necessaria per accedere ai servizi del campeggio: docce, bagni e tutto il resto.

Primo problema risolto.

Adesso posso finalmente pensare alla parte più piacevole.

La mia piazzola.

Parcheggio la Tiger.

Spengo il motore.

E per la prima volta, dopo una lunga giornata di strada, scendo dalla moto con la consapevolezza che per quella notte quella sarà casa mia.

Scarico le borse.

Comincio a tirare fuori la mia attrezzatura.

La tenda.

Il materassino.

Il sacco a pelo.

Il tavolino.

La sedia.

Il fornellino.

Pezzo dopo pezzo, il mio piccolo campo base prende forma.

Sono partito da casa soltanto poche ore prima.

E adesso mi trovo in Germania, davanti alla mia tenda, con la strada ancora tutta da scoprire.

La Scozia è ancora lontana.

Ma il viaggio… quello è già cominciato.

Capitolo 2 – Versole banche scogliere

La mattina seguente mi sveglio in Germania con una certezza: oggi devo arrivare a Calais.

La sera precedente, finalmente, avevo potuto programmare anche questa parte del viaggio.

Fino a quel momento non avevo prenotato il traghetto perché, viaggiando in solitaria e senza un itinerario rigidamente prestabilito, non sapevo quanto tempo avrei impiegato per attraversare la Germania, il Belgio e raggiungere la costa.

Ora, invece, avevo un riferimento preciso.

Il traghetto del primo pomeriggio.

Carico la Tiger, sistemo le ultime cose e parto.

Ancora una volta scelgo di evitare, per quanto possibile, le autostrade e mi lascio guidare dalle strade statali tedesche. Una scelta che si rivela ancora una volta azzeccata.

La Germania continua a sorprendermi.

Colline, vallate, continui saliscendi, piccoli paesi, strade immerse nel verde. Il paesaggio scorre davanti alla visiera del casco e mi convinco sempre di più che l’idea, tanto diffusa tra i motociclisti italiani, che la Germania sia soltanto un Paese da attraversare velocemente per arrivare altrove sia decisamente da rivedere.

La Germania, in moto, è bellissima.

Poi arriva il Lussemburgo e, poco dopo, il Belgio.

E qui incontro le Ardenne.

Una sorpresa.

Strade sinuose, boschi, colline e paesaggi che invitano continuamente a rallentare, guardarsi intorno e godersi il viaggio. Mentre percorro quelle strade mi viene spontaneo pensare che dovrò tornare.

Non di passaggio.

Proprio per dedicare un viaggio alle Ardenne.
Ma per ora non posso fermarmi troppo: Calais mi aspetta.

Calais

Quando finalmente arrivo a Calais inizia la parte più burocratica del viaggio.
Check-in, documenti, passaporto.

Tutto sembra procedere senza problemi, fino a quando l’addetto al controllo mi comunica che non riesce a trovare il mio visto ETA.

Per un attimo penso: e adesso?

Per fortuna, prima di partire, avevo salvato sul telefono la mail con tutti i dati, i codici e i riferimenti della pratica.

Gliela mostro.

Lui controlla, inserisce il codice nel sistema e, dopo qualche momento, arriva la conferma.
Tutto a posto.

Posso partire.

Superato il controllo, mi dirigo verso il gate d’imbarco.
Come spesso accade con i traghetti, le moto vengono fatte salire per prime.
Sono praticamente il primo motociclista ad arrivare.

Poi, poco dopo, compare un ragazzo tedesco.
Si chiama Philip, viene dalla zona di Monaco di Baviera e sta viaggiando con una moto che, appena la vedo, mi fa immediatamente sorridere.

Una Triumph Bonneville del 1972.

Una moto che ha soltanto due anni in più di me!

E la cosa ancora più curiosa è che Philip è nato nel 2000: potrebbe tranquillamente essere mio figlio.

È pieno di energia, entusiasmo e voglia di viaggiare. Ha uno stile che mi piace, immediatamente e con lui nasce subito una bella sintonia.

Poco dopo arriva un altro motociclista tedesco, questa volta in sella ad una Husqvarna Norden 901, completamente attrezzata per l’enduro.

Mi racconta che è diretto in Galles per affrontare alcuni percorsi fuoristrada e la cosiddetta TET, la Trans Euro Trail.

Anche Philip è diretto in Galles.

Lui passerà una settimana nel Paese e poi proseguirà per due settimane in Cornovaglia.

Galles.

Quella parola mi rimane in testa.

È come se qualcuno avesse acceso una piccola lampadina.

Non so ancora perché.

Non so ancora quando.

Ma quella conversazione avrà un seguito.

E più avanti, nel viaggio, capirete anche voi il motivo.

Sul traghetto

Finalmente ci imbarchiamo.

Gli steward ci indicano dove sistemare le moto. Una dopo l’altra vengono parcheggiate nella stiva e ognuno di noi provvede a fissare la propria con le cinghie messe a disposizione dalla nave.

Stringo le cinghie, controllo ancora una volta la Tiger e poi salgo sul ponte.

Io e Philip troviamo un tavolino e ci sediamo insieme.

Cominciamo a parlare.

Viaggi passati, viaggi futuri, moto, strade, luoghi da vedere.

E mi accorgo che il mio inglese, dopo qualche giorno trascorso all’estero, sta finalmente iniziando a sciogliersi.

Philip, invece, sembra non avere nessun problema a parlare.

È un vulcano di entusiasmo.

A un certo punto tira fuori una cartina.

Una vera cartina di carta.

Quelle che ormai si vedono sempre meno.

Mi racconta il suo itinerario indicandomi con il dito le strade che vuole percorrere. Galles, Cornovaglia, poi l’incontro con un amico che lo accompagnerà per qualche tratto.

Mi piace quel modo di viaggiare.

Niente schermo.

Niente navigatore.

Solo una cartina, una moto e una direzione.
Parliamo per buona parte della traversata.

Poi, lentamente, all’orizzonte cominciano a comparire le bianche scogliere di Dover.

L’Inghilterra è lì.

Finalmente.

La nave entra nel porto.
Scendiamo nella stiva, recuperiamo le nostre moto e iniziamo a slacciare le cinghie.

Un ultimo saluto a Philip.
Prima di partire ci scambiamo Instagram.

Pochi minuti dopo vedo già comparire le sue prime interazioni con le mie foto e le mie avventure.

Lo seguo anch’io.

Poi ognuno sale in sella.

Due moto.

Due viaggiatori.

Due strade diverse.

E la nave, ormai alle nostre spalle, lascia spazio alla strada inglese.

La guida a sinistra

Scendere dal traghetto significa, per me, entrare definitivamente in un altro mondo.

La strada cambia, i cartelli cambiano e, soprattutto, bisogna ricordarsi di una cosa fondamentale: qui si guida a sinistra.

In realtà non è una novità assoluta.

La prima esperienza con la guida sul lato opposto della strada l’avevo già fatta due anni prima, sempre in moto, quindi sapevo già abbastanza bene cosa aspettarmi.

Avevo già provato quella strana sensazione iniziale di dover cambiare alcuni automatismi costruiti in tanti anni di guida.

Anche questa volta, nei primi chilometri, qualche piccola incertezza c’è stata.

Nulla di preoccupante, più che altro qualche momento in cui il cervello sembrava dover fare mente locale prima di ricordarmi da quale parte della strada dovevo stare.

Ma, superati i primi minuti, tutto è tornato naturale.

La cosa importante è non pensarci troppo e lasciare che la moto faccia il suo lavoro. Dopo poco mi sono ritrovato a guidare a sinistra con una certa tranquillità, seguendo il flusso del traffico e cominciando a godermi il viaggio.

E poi c’è un’altra particolarità, apparentemente insignificante, ma che per un motociclista diventa subito evidente:

il modo di salutarsi tra motociclisti.

In Italia, e più in generale nella maggior parte dell’Europa continentale, quando incroci un altro motociclista è quasi automatico alzare la mano sinistra per salutarlo.

Qui, però, la situazione è completamente diversa.

Guidando a sinistra, la mano sinistra è quella più vicina alla parte esterna della carreggiata e viene naturale mantenerla sul manubrio.

Così, sulle strade britanniche, il saluto tradizionale tra motociclisti avviene con un semplice gesto della testa, un piccolo cenno del casco.

All’inizio, lo ammetto, ero un po’ impacciato.

Per abitudine cercavo comunque di salutare con la mano sinistra e mi ritrovavo quasi a fare dei movimenti strani, come se dovessi portarla verso destra per cercare di farmi vedere dall’altro motociclista.

Una specie di saluto “contorto” che, probabilmente, doveva essere abbastanza curioso da vedere.

Poi, chilometro dopo chilometro, ho cominciato ad abituarmi.

Un cenno della testa. Un attimo, quasi impercettibile. Io passo, l’altro motociclista passa e i nostri caschi si inclinano appena l’uno verso l’altro.

E alla fine mi è piaciuto.

Anzi, devo dire che ho trovato questo modo di salutarsi particolarmente bello. È più discreto, ma non per questo meno significativo. È come se bastasse un piccolo movimento del casco per dirsi: “Ti ho visto. Sei uno di noi. Buona strada.”

E così, senza quasi accorgermene, anche questo piccolo gesto è diventato parte del viaggio.

La prima notte in Inghilterra

È già metà pomeriggio.

Il traghetto mi ha fatto perdere parecchio tempo e, dopo tanti chilometri, sento che non ho voglia di tirare troppo.

La Scozia è ancora lontana.

Decido quindi di risalire con calma verso nord e, arrivato a sud di Londra, comincio a cercare un campeggio.

Non ho prenotato.

Non ho telefonato.

Come spesso accade nei miei viaggi, mi presento e vediamo cosa succede.

Trovo un campeggio e ci arrivo direttamente con la Tiger.

Ad accogliermi trovo il proprietario.

E la scena è quasi surreale.

Ha in mano una bella pinta di birra.
Mi chiede di cosa ho bisogno.

Gli spiego che sono in viaggio in moto e che cerco semplicemente un posto dove montare la mia tenda per la notte.

Mi guarda e mi dice, tranquillamente:

«Sì, va bene. Aspetta un attimo che finisco la mia birra.»

Non posso fare altro che sorridere.

Aspetto.

Lui finisce la sua birra e poi mi accompagna nello spazio dedicato alle tende.
Il campeggio è molto bello, immerso nel verde e vicino a un centro di equitazione.

È composto soprattutto da roulotte, camper e motorhome, quindi non è propriamente pensato per i motociclisti con una tenda.

Ma di spazio ce n’è in abbondanza.

E per me è perfetto.

Scelgo il mio angolo di prato, parcheggio la Tiger e comincio la solita procedura.

Scarico tutto.

Apro le borse.

Monto la tenda.

Materassino.

Sacco a pelo.

Tavolino.

Sedia.

Fornellino.

Ogni cosa trova il suo posto.

È ormai diventata una piccola routine.

Una routine che, paradossalmente, mi fa sentire a casa anche quando sono a centinaia di chilometri dalla mia.

Preparo la cena, mi faccio una doccia e sistemo tutto per la notte.

Per me il campeggio ha un vantaggio fondamentale:

essere chiuso e riparato.

Dopo una giornata in moto, sapere di avere un posto tranquillo dove lasciare la moto, montare la tenda, lavarmi, mangiare e riposare ha un valore enorme.

Mentre mi sto preparando la cena, arriva un uomo Inglese anche lui motociclista ma al momento era li insieme alla famiglia in Camper ed inizia a farmi un sacco di domande sulla mia Triumph Tiger, la trova molto bella e mi racconta che lui possiede una Yamaha T7.

iniziamo a conversare di moto e di viaggi, mi chiede dove sono diretto e gli racconto che la mia meta è la Scozia, voglio percorrere la NC 500, vedere le Highlands scozzesi, l’Isola di Skye per poi molto probabilmente traghettare in Irlanda.

Interessato al mio viaggio mi chiede se avessi pensato al Galles ed io gli rispondo che francamente non ci avevo pensato ma che nell’arco della giornata era già la terza persona che mi parlava del Galles e che quindi la cosa mi aveva definitivamente interessato.

Valuterò strada facendo.

Ci salutiamo ed io continuo ad occuparmi della mia cena.

Dopo cena raggiungo il bar del campeggio.

Devo prima di tutto pagare la piazzola: il proprietario mi aveva detto che sarebbe stato lì quella sera.

Ma appena entro mi ritrovo davanti a una scena che sembra uscita direttamente da un pub inglese.

Gente dappertutto.

Birre.

Risate.

Biliardo.

Freccette.

Gli inglesi sono lì, rilassati, a godersi la serata.

Io mi siedo, ordino qualcosa da bere e osservo quella piccola comunità.

Dopo una giornata passata da solo sulla strada, è quasi curioso trovarsi improvvisamente circondato da persone che, pur non conoscendomi, appartengono a un mondo completamente diverso dal mio.

E penso che forse è proprio questo uno dei motivi per cui amo viaggiare.

Partire da soli non significa necessariamente essere soli.

A volte basta una moto, una tenda e un po’ di coraggio per ritrovarsi, senza averlo programmato, dentro la vita degli altri.

E quella sera, nel piccolo bar di un campeggio inglese a sud di Londra, la mia avventura in Scozia era appena cominciata.

Capitolo 3 – Verso la Scozia

La mattina del terzo giorno inizia come ormai da consuetudine.

Mi sveglio nel campeggio a sud di Londra e, ancora un po’ assonnato, comincio la mia solita routine.

Non c’è molto da inventarsi quando si viaggia in moto e si dorme in tenda: ogni mattina è quasi una piccola sequenza di gesti che, giorno dopo giorno, diventano automatici.

Preparo la mia colazione e, naturalmente, non può mancare il mio rito del caffè.

Tiro fuori la moka, metto sul fuoco il caffè italiano e, mentre aspetto che salga, inizio mentalmente a organizzare la giornata.

Una volta finito di bere, si comincia a smontare.

Tenda piegata,

materassino sistemato,

sacco a pelo riposto.

Chiudo le borse,

controllo che tutto sia al proprio posto e poi ricomincia il piccolo rituale del carico della moto.

Ogni cosa deve essere sistemata con ordine, perché durante la giornata dovrò probabilmente mettere mano alle borse più volte.

Alla fine lego tutto con le mie cinghie e le mie fasce, controllo che nulla possa muoversi e finalmente sono pronto.

È proprio in quel momento che mi accorgo del primo piccolo problema del viaggio.

Dormendo in tenda, mi rendo conto che il sistema di ricarica che ho con me non mi permette di caricare contemporaneamente la power bank e il telefono attraverso la moto.

Una cosa apparentemente banale, ma durante un viaggio come questo il telefono è fondamentale: mappe, navigazione, ricerca degli alberghi, informazioni sui percorsi.

Non posso rischiare di rimanere senza batteria.

Decido quindi di risolvere subito il problema e mi dirigo verso un centro di assistenza per motociclette a Londra, dove riesco ad acquistare un nuovo cavetto e un nuovo caricatore per il telefono.

Quella che inizialmente considero una semplice deviazione tecnica diventa, in realtà, un’occasione per attraversare Londra in moto.

Dal punto di vista motociclistico non è certo il tratto più entusiasmante del viaggio.

Il traffico, gli incroci, le strade cittadine e il continuo fermarsi e ripartire non hanno nulla a che vedere con le strade che sogno di percorrere durante questo viaggio.

Eppure, attraversare Londra in moto mi permette di vedere scorci della città che altrimenti probabilmente non avrei mai incontrato.

È una Londra diversa da quella delle fotografie e delle cartoline.
La vedo dal sellino della mia Triumph, attraversandola lentamente, immerso nella sua quotidianità.

Poi, finalmente, mi lascio la città alle spalle.

La direzione è una sola: nord.

La meta è la Scozia.

Il mio obiettivo è raggiungere le Highlands e, soprattutto, la mitica NC500, la North Coast 500, quella fantastica strada panoramica che attraversa alcuni dei paesaggi più spettacolari della Scozia.

Il viaggio comincia così a prendere una direzione precisa.

Continuo a macinare chilometri verso nord e, mentre avanzo, comincio a pensare a dove trascorrere la notte.

Inizialmente avevo previsto di fermarmi a Newcastle, ma il consiglio ricevuto la sera precedente dalla persona che avevo conosciuto in campeggio mi torna in mente.

Mi aveva suggerito di non fermarmi in città e di proseguire ancora un po’.

Decido di ascoltarlo.

E così continuo a salire verso nord.

Più avanzo, più cambia il paesaggio. L’ambiente urbano lascia progressivamente spazio a distese verdi, strade più aperte e panorami che cominciano ad avere qualcosa di diverso.

E poi arriva il momento in cui mi rendo conto che la Scozia è davvero davanti a me.

È difficile spiegare quella sensazione.

Sono ancora in sella alla moto, ma qualcosa cambia. 

Il paesaggio comincia a essere quello che avevo immaginato prima di partire: ampio, selvaggio, quasi incontaminato.

I campi verdi iniziano a lasciare spazio alle colline di un colore sempre più viola. 

Proprio quando comincio ad assaporare questa nuova realtà, però, arriva la pioggia.

All’inizio è quasi una presenza discreta.

Poi aumenta.

E aumenta ancora.

Nel giro di poco mi trovo sotto una pioggia decisamente importante.

A quel punto comincio a fare i conti con la realtà.

Dormire in tenda quella sera non è più un’opzione.

La prospettiva di montare la tenda sotto un diluvio, entrare dentro completamente bagnato e trascorrere la notte in quelle condizioni non mi entusiasma affatto.

Decido quindi di cercare una soluzione alternativa.

Provo a dirigermi verso un paio di campeggi, sperando di trovare qualche casetta di legno, un bungalow o comunque una sistemazione che mi permetta di dormire al coperto.

Ma niente.

Non sono attrezzati per questo tipo di soluzione.

E questa è una cosa che scoprirò anche nei giorni successivi: in molti campeggi scozzesi non troverò quelle piccole casette o bungalow che mi sarei aspettato di trovare con maggiore facilità.

A questo punto non mi resta che cercare un albergo.

La pioggia continua a cadere e io, con il telefono in mano, comincio a consultare Google alla ricerca di una sistemazione per la notte.

Trovo quello che sembra essere il posto ideale: un pub con camere al piano superiore, una soluzione molto comune da queste parti.

Google indica disponibilità.

Perfetto.

Mi dirigo verso la struttura, convinto di aver finalmente risolto il problema.

Arrivo e chiedo una camera.

La risposta, però, è completamente diversa da quella che mi aspettavo.

La persona incaricata mi spiega che la camera è effettivamente libera, ma ormai sono passate le quattro  del pomeriggio e non c’è più la ragazza che si occupa delle pulizie.

Di conseguenza, anche se la camera è vuota, non possono consegnarmela.

Rimango un po’ incredulo.

La camera c’è.

Il letto c’è.

Ma non posso dormirci perché deve ancora essere pulita.

Evidentemente qui funziona così: le camere non vengono necessariamente preparate in anticipo, ma vengono sistemate quando devono essere effettivamente consegnate agli ospiti.

Pazienza.

Ringrazio e riparto.

Penso: “Va bene, ne troverò un’altra.”

E invece la storia si ripete

.

Mi fermo in altri due locali lì vicino, anche questi con camere e pub.

Stessa domanda.

Stessa risposta.

La camera è disponibile, ma non possono darmela.

Comincio a preoccuparmi seriamente.

Nel frattempo sono passate le ore.

Sono ormai circa le sette e mezza.

Piove a dirotto.

Io sono in moto, completamente attrezzato per viaggiare ma senza una sistemazione per la notte, e comincio a non sapere più dove andare.

Per un attimo il viaggio sembra prendere una piega decisamente diversa da quella che avevo immaginato.

Mi fermo sotto un riparo, al sicuro almeno dalla pioggia, e mi metto nuovamente a consultare Google.

Questa volta decido di cambiare strategia.

Non parto più alla cieca.

Cerco una struttura che sia un po’ più lontana, la individuo e, prima di muovermi, decido di telefonare.

È a circa mezz’ora di strada.

Compongo il numero.

Dall’altra parte risponde una persona gentilissima.

Spiego rapidamente la situazione e chiedo se hanno una camera disponibile.

La risposta che aspettavo finalmente arriva.

“Sì, abbiamo posto. Venga tranquillamente.”

Quasi non ci credo.

Dopo tutto quel girovagare, finalmente ho trovato un posto dove dormire.

Mi rimetto in moto e percorro quella mezz’ora di strada sotto la pioggia, con una sensazione di sollievo che cresce man mano che mi avvicino.

Quando finalmente arrivo, trovo esattamente quello che speravo.

Sono gentilissimi.

Mi fanno accomodare, mi consegnano la camera e, soprattutto, mi chiedono dove voglio lasciare la moto.

Anche questo dettaglio per me è importante.

Mi indicano un cortile interno e mi permettono di mettere la Triumph sotto un androne, completamente al riparo dalla pioggia.

Ma non è finita.

Chiudono anche il cancello.

La mia moto è quindi al coperto, protetta dalle intemperie e chiusa all’interno della struttura.

A quel punto posso finalmente tirare un sospiro di sollievo.

La giornata è finita.

Salgo in camera, appoggio le mie cose e mi concedo finalmente quello che desideravo da ore: un bel bagno.

Acqua calda, relax e finalmente la possibilità di lasciarmi alle spalle la tensione accumulata durante quella lunga ricerca.

La camera è confortevole, il bagno spazioso e pulito.

C’è però una cosa che rappresenta il mio primo vero assaggio dell’Inghilterra più autentica.

La moquette.

La famosa moquette inglese.

La trovo praticamente ovunque e quella sera è ufficialmente il mio primo incontro ravvicinato con questo elemento che, nei giorni successivi, diventerà quasi una costante del viaggio.

Ma in quel momento non mi interessa.

Sono asciutto.

Sono al caldo.

La moto è al sicuro.

E soprattutto, finalmente, ho un letto.

Dopo una giornata passata a risalire l’Inghilterra e dopo quella piccola odissea alla ricerca di una camera, non potevo chiedere di meglio.

La Scozia è appena iniziata.

E già mi sta facendo capire che questo viaggio non sarà semplicemente un viaggio in moto.

Sarà un’avventura.

Capitolo 4 – Nel cuore della Scozia

Ormai il viaggio in Scozia comincia davvero a prendere piede.

La mattina mi sveglio nella camera del piccolo albergo dove sono riuscito a trovare riparo la sera precedente. Dopo la giornata passata in moto e la ricerca quasi disperata di una sistemazione, dormire finalmente in un vero letto ha fatto la differenza.

Mi sento decisamente più riposato.

Con l’albergatore avevo concordato di non fare la colazione, così preferisco gestirmela autonomamente. 

Preparo qualcosa in camera, il mio piccolo rito mattutino prima di rimettermi in viaggio.

Poi, come sempre, si ricomincia.

Preparo le valigie, controllo che tutto sia al proprio posto e scendo a caricare la moto.

La Triumph è ancora lì, sotto l’androne del cortile, protetta dalla pioggia e pronta ad aspettarmi.

Prima di partire, però, mi concedo qualche minuto.

Voglio guardarmi intorno.

Sono in una piccola cittadina affacciata sul mare, nel nord dell’Inghilterra, e quello che vedo mi affascina immediatamente.

Le case sono costruite in pietra, una accanto all’altra, e sembrano quasi nascere direttamente dal paesaggio. 

Le facciate si affacciano verso il mare e tutto ha un’atmosfera che per me è completamente nuova.

È uno stile architettonico semplice, ma allo stesso tempo incredibilmente affascinante.

Rimango lì qualche minuto a osservare quelle case, il mare e quel piccolo angolo di mondo che fino a pochi giorni prima conoscevo soltanto attraverso le fotografie.

Poi è il momento di partire.

La direzione è Edimburgo.

Edimburgo è una di quelle città che, quando la raggiungi, ti lascia senza fiato.

È fantastica, imponente, affascinante.

Purtroppo, però, questa volta non riesco a viverla come avrei voluto.

Il traffico è intenso e la situazione è piuttosto congestionata. Inoltre ho la moto completamente carica di bagagli e non me la sento di lasciarla parcheggiata da qualche parte per andare a visitare la città a piedi.

Mi dispiace, perché so che meriterebbe molto di più di un semplice passaggio.

Ma non voglio rischiare.

Mi prometto che Edimburgo sarà una delle mete da vedere con calma in un prossimo viaggio.

Per ora devo continuare.

Lascio Edimburgo alle mie spalle e proseguo verso Dundee e poi Aberdeen.

Due città portuali importanti, che attraverso però quasi soltanto come tappe di passaggio.

Sarà forse la stanchezza, sarà il desiderio di raggiungere finalmente i paesaggi che sono venuto a cercare, ma nessuna delle due riesce a catturare particolarmente la mia attenzione.

Io cerco altro.

Cerco la Scozia che avevo immaginato prima di partire.

Cerco il mare, le strade strette, le case di pietra, i piccoli villaggi e quei paesaggi che sembrano usciti da un libro.

E proprio verso sera raggiungo la mia destinazione.

Ho prenotato quello che sono riuscito a trovare in un piccolo paese sulla costa: Cullen.

La sistemazione non è certo un albergo di lusso.

È, diciamo così, una bettola con alcune camere sopra il pub.

Ma quando entro mi accorgo che, in fondo, è proprio quello che cercavo.

Le camere sono semplici, pulite e accoglienti. Niente di speciale, ma perfette per una notte di riposo dopo una lunga giornata in moto.

Scendo poi a fare un giro per il paese.

Ed è qui che arriva la sorpresa.

Cullen sembra uscito da una fiaba.

È un piccolo villaggio di pescatori affacciato sul mare, con le sue casette in pietra, le stradine e quelle caratteristiche abitazioni in stile scozzese.

Tutto sembra avere un’atmosfera sospesa nel tempo.

Cammino senza una meta precisa, guardandomi intorno e assaporando finalmente quella Scozia che avevo tanto immaginato.

Il mare.

Le case di pietra.

Il silenzio.

I colori del cielo.

È difficile descrivere la sensazione che provo.

Dopo tanti chilometri, dopo aver attraversato città, autostrade e traffico, finalmente mi trovo davanti a uno di quei luoghi che avevo immaginato quando, mesi prima, avevo cominciato a pensare a questo viaggio.

E sono meravigliato.

Cullen mi conquista immediatamente.

È piccolo, semplice, quasi fiabesco.

E quella sera, mentre rientro nella mia piccola camera sopra il pub, penso che forse è proprio questo il bello di viaggiare in moto: non sai mai quale sarà il posto che finirà per rimanerti davvero nel cuore.

Io, quella sera, ancora non lo so.

Ma Cullen è uno di quei luoghi che difficilmente dimenticherò.

Capitolo 5 – Da Cullen a John O’Groats

La mattina mi sveglio in questo alberghetto di Cullen, 

una piccola bettola che, nonostante tutto, ha il suo fascino e che conserverò tra i ricordi di questo viaggio.

Come ormai è diventata la mia consueta routine mattutina, scendo dalla camera e raggiungo la moto. 

Monto i bagagli, 

controllo e tiro nuovamente tutte le cinghie, verificando che sia tutto ben fissato.

La mia compagna di viaggio è pronta.

Prima di partire, però, decido di dedicare un po’ di tempo alla visita di Cullen.

Faccio un giro nella parte interna del paese e poi scendo verso il lungomare. 

Qui mi trovo davanti alcune casette davvero bellissime, caratteristiche, raccolte una accanto all’altra, con quel loro aspetto tipicamente scozzese che sembra uscito da una cartolina.

Scatto qualche fotografia, 

quelle fotografie che servono soprattutto a fermare nella memoria un momento, 

un luogo, 

un’atmosfera. 

Poi torno alla moto, indosso nuovamente casco e abbigliamento e riparto.

La mia prima destinazione, questa volta, è Inverness.

Inverness

Arrivo a Inverness e, ancora una volta, ho la sensazione di essere entrato dentro una fiaba.

È una cittadina davvero affascinante, famosa per essere considerata una sorta di porta d’ingresso alle Highlands ed alla NC 500 e strettamente legata al vicino Loch Ness. 

Mi fermo e inizio a girare per le sue strade, godendomi l’atmosfera della città.

Visito il centro, scatto fotografie e naturalmente non posso fare a meno di fermarmi davanti al suo castello, uno dei simboli di Inverness.

E poi arriva il momento dei souvenir.

Durante il viaggio ho ormai capito che qualche ricordo da portare a casa è praticamente inevitabile. 

E in Scozia, naturalmente, non può mancare il whisky.

Entro quindi in una distilleria locale per acquistare una bottiglia. 

Qui incontro un ragazzo che mi accoglie con grande cordialità e, con mia enorme sorpresa, scopro che parla benissimo italiano.

Iniziamo a chiacchierare e scopro che aveva vissuto in Italia per alcuni anni, lavorando come insegnante di inglese.

È uno di quegli incontri casuali che rendono ancora più bello un viaggio. 

Poche parole, una conversazione semplice, ma che rimane impressa.

Inverness mi lascia davvero un bellissimo ricordo.

Riparto dalla città e finalmente mi dirigo verso quello che, in fondo, era uno dei luoghi più attesi di tutto il viaggio: Loch Ness.

Loch Ness

Scendo verso il lago e inizio a costeggiarlo.

Loch Ness è un luogo che avevo già visitato in passato, ma tornarci in moto è tutta un’altra cosa. 

La strada, il paesaggio, l’acqua del lago e quelle montagne che lo circondano creano uno scenario che non smette di affascinarmi.

A un certo punto trovo una piazzola attrezzata con una splendida vista sul lago e decido di fermarmi per il pranzo.

Niente ristorante, niente grandi programmi.

Un semplice picnic davanti a Loch Ness.

Mi godo il momento, il paesaggio e quella sensazione di libertà che ormai accompagna ogni giornata di questo viaggio.

Le strade sono sempre più belle e, andando avanti, cominciano a comparire con maggiore frequenza quei cartelli e quelle piazzole che ormai ho imparato a conoscere: 

Passing Place.

Da qui in avanti le strade iniziano a diventare ad una sola corsia.

All’inizio la cosa mi lascia abbastanza perplesso.

Una sola corsia per i veicoli che devono viaggiare in entrambe le direzioni?

Sembra quasi impossibile.

Poi, invece, comincio a prenderci confidenza.

I passing place sono delle piccole piazzole laterali realizzate per permettere a due veicoli che procedono in senso opposto di incrociarsi. Uno dei due si ferma o si sposta nella piazzola e l’altro passa.

All’inizio rallento, osservo, cerco di capire come funziona.

Poi, con il passare dei chilometri, comincio a prenderci gusto.

Arrivo addirittura a calcolare la distanza e il tempo che mi separano dalle automobili che arrivano in senso opposto, cercando di capire se riuscirò a raggiungere il passing place nello stesso momento.

Diventa quasi un gioco.

E quella che all’inizio mi sembrava una stranezza delle strade scozzesi comincia a piacermi davvero tantissimo.

Finisco il giro del Loch Ness in senso orario e, naturalmente, prima di ripartire mi fermo ancora una volta per acquistare qualche souvenir.

Poi torno verso la zona di Inverness.

Ed è proprio da qui che inizia ufficialmente una delle parti più attese del mio viaggio:

la NC500.

La NC500

La North Coast 500, 

la famosa strada panoramica scozzese, attraversa e costeggia alcune delle zone più spettacolari delle Highlands.

Finalmente ci siamo.

Accendo la moto, inserisco la marcia e comincio a percorrerla.

La strada sale e il paesaggio cambia progressivamente.

Le montagne diventano più presenti, la vegetazione si fa sempre più selvaggia e le strade continuano a regalarmi quei bellissimi tratti a una sola corsia.

E naturalmente ci sono sempre loro:

i passing place.

Ormai li adoro.

Quello che all’inizio mi sembrava quasi un problema è diventato una delle caratteristiche che più mi stanno divertendo di questo viaggio.

Continuo a macinare chilometri e, mentre il paesaggio scorre davanti ai miei occhi, arrivo a Wick, praticamente nell’estremo nord della Scozia.

E qui arriva finalmente un altro appuntamento che aspettavo da tempo.

Il famoso fish and chips.

Lo compro in un takeaway e finalmente posso assaggiare quello che, nella mia testa, è quasi un rito obbligatorio per chi viene in Scozia.

E devo dire che è davvero, davvero buono.

Talmente buono che attiro l’attenzione di alcuni spettatori particolarmente interessati.

I gabbiani.

Erano lì che mi guardavano con una fame incredibile. E non erano certo dei piccoli uccellini innocui: 

erano enormi,

sembravano quasi delle aquile.

A un certo punto decido di condividere con loro un pezzo del mio fish.

Un piccolo gesto di solidarietà.

Anche perché, diciamolo, quel pezzo di pesce per me era decisamente troppo.

Finito il pranzo, torno sulla moto e riparto.

John O’Groats

La strada continua verso nord e finalmente arrivo a John O’Groats, uno dei punti più settentrionali e famosi della Scozia continentale.

È una meta turistica particolare, quasi simbolica.

Parcheggio la moto e mi guardo intorno.

Anche qui, naturalmente, fotografie.

Non posso certo arrivare fino a John O’Groats e non portarmi a casa qualche ricordo fotografico.

Mi fermo un po’, assaporo il momento, poi guardo l’orologio.

Si sta facendo tardi.

È arrivato il momento di pensare alla sistemazione per la notte.

Quella sera avevo prenotato un bungalow all’interno di una fattoria, nel territorio di Wick, ma in una zona più interna rispetto alla costa.

Quindi imposto il navigatore e parto.

Dopo un po’ arrivo in una zona dove vedo due aziende agricole.

Guardo a destra.

Guardo a sinistra.

Nessun cartello.

Nessun riferimento all’ospitalità.

Nessuna indicazione che quelle aziende agricole offrano alloggi ai turisti.

E dentro di me comincia a comparire un pensiero poco rassicurante:

“Aia… qui qualcosa non ha funzionato.”

Per un paio di minuti mi prende un piccolo momento di panico.

Ma ormai, dopo tutti i chilometri percorsi e dopo qualche imprevisto già affrontato, ho imparato una cosa fondamentale: quando qualcosa non va secondo programma, bisogna semplicemente fermarsi, respirare e cercare una soluzione.

Controllo nuovamente la prenotazione e la posizione.

Ed ecco la sorpresa.

Avevo semplicemente inserito dei dati errati nella geolocalizzazione.

La struttura non era lontana.

Era a circa ottocento metri da lì!

Riformulo il percorso, imposto la destinazione corretta e riparto.

Pochi minuti dopo eccomi finalmente arrivato.

Anche questa è una vera azienda agricola, immersa nella campagna scozzese.

Ad aspettarmi c’è una signora sulla sessantina, gentilissima e molto cordiale.

Ci presentiamo e, naturalmente, arriva la domanda che ormai mi accompagna praticamente ovunque:

“Da dove vieni?”

“Dall’Italia. Da Milano.”

La sua espressione cambia immediatamente.

È felicissima.

Comincia a raccontarmi che l’Italia le piace tantissimo e che molti anni prima, durante il suo viaggio di nozze, era stata a Venezia e a Roma.

Ancora una volta mi trovo a parlare con una persona incontrata per caso che, in qualche modo, ha un legame con il mio Paese.

Mi mostra quindi gli spazi comuni: la cucina, il bagno e le docce, naturalmente condivisi con gli altri ospiti. 

Poi finalmente mi accompagna verso il mio alloggio.

Il mio bungalow

Una piccola casetta di legno, semplice, umile, spartana, ma allo stesso tempo accogliente.

E per quella sera va più che bene.

Anzi, va benissimo.

Dopo una giornata trascorsa in moto, tra Inverness, Loch Ness, la NC500, Wick e John O’Groats, quello che desidero è semplicemente avere un posto dove fermarmi, sistemare le mie cose e riposare.

Prendo possesso della mia piccola casetta.

Scarico i bagagli, mi sistemo e comincio a preparare la mia cena.

La giornata è finita.

Fuori c’è la Scozia, con il suo vento, i suoi paesaggi e le sue strade infinite.

Io, invece, sono finalmente al caldo, nella mia piccola casetta di legno.

E penso che, anche questa volta, nonostante qualche piccolo contrattempo, tutto sia andato per il verso giusto.

Domani si riparte.

Un consiglio lasciato in sospeso

Quando arrivai nel nord della Scozia, dopo aver visitato John O’Groats e Dunnet Head, c’era una possibilità che avevo volutamente lasciato da parte: le isole Orcadi.

Il mio caro amico Bonni me le aveva caldamente consigliate. Mi aveva parlato della possibilità di prendere il traghetto e fare la traversata fino alle isole, aggiungendo così un’altra piccola grande avventura al mio viaggio.

Il consiglio era sicuramente valido, ma in quel momento decisi di non seguirlo.

Forse ero già un po’ stanco. Avevo alle spalle parecchi chilometri, tante giornate trascorse in sella, il vento, la pioggia, le notti in tenda e tutte le emozioni accumulate lungo il percorso. 

L’idea di prendere ancora una volta un traghetto, fare la traversata e dedicare un’intera giornata alle Orcadi, in quel momento, non mi attirava particolarmente.

Così decisi di proseguire il mio viaggio senza andarci.

Col senno di poi, però, penso che Bonni avesse ragione. 

Le Orcadi sono sicuramente un luogo che merita di essere visitato e, proprio perché questa volta le ho lasciate fuori dal mio itinerario, sono rimaste una porta ancora aperta.

E forse è proprio questo il bello dei viaggi: non bisogna necessariamente vedere tutto in una volta. 

Alcuni luoghi è bello lasciarli lì, in sospeso, con la sensazione che prima o poi ci sarà un’altra occasione.

Le Orcadi sono diventate una di queste occasioni.

Magari un giorno tornerò lassù. E chissà… magari non sarò più solo.

Capitolo 6 – Dunnet Head e Ullapool

La mattina seguente mi sveglio nella mia piccola casetta di legno.

Come ormai è diventata una consuetudine, la prima cosa da fare è preparare la moto.

Scendo, controllo i bagagli, sistemo le cinghie e comincio a caricare tutto quello che mi sono portato dietro.

Ma quella mattina ho anche un’altra incombenza.

La sera precedente, approfittando della sistemazione in fattoria, mi ero dedicato anche a una delle attività meno nobili, ma assolutamente indispensabili, di un viaggio in moto di tanti giorni: il bucato.

Magliette, 

mutande, 

calzini… 

tutto quello che poteva essere lavato era stato lavato.

Recupero quindi i panni che avevo steso la sera prima e li ripongo nei bagagli.

Adesso ho nuovamente un po’ di scorta di vestiario pulito e posso ripartire tranquillo.

La destinazione di oggi è Dunnet Head, il punto più a Nord della Gran Bretagna.

Salgo in moto e mi rimetto sulla strada.

Il paesaggio continua a cambiare chilometro dopo chilometro.

La NC500 mi porta sempre più lontano dai centri abitati e sempre più dentro una Scozia selvaggia, fatta di montagne, brughiere, oceano e strade che sembrano disegnate apposta per essere percorse in moto.

Arrivo finalmente a Dunnet Head.

Parcheggio la moto e raggiungo il punto panoramico.

Davanti a me si apre uno scenario fantastico: le scogliere, il mare aperto e quella sensazione di essere arrivato davvero ai confini del mondo.

È uno di quei posti in cui non servono particolari parole.

Basta guardare.

Faccio le fotografie di rito, quelle che inevitabilmente finiscono nella memoria del viaggio e, naturalmente, anche nella memoria della macchina fotografica. ( O del telefonino) 

Poi torno alla moto.

Ci sono ancora molti chilometri da percorrere.

Dopo qualche miglio decido di fermarmi per fare benzina.

Mi trovo ancora nella parte più settentrionale della Scozia e la stazione di servizio è talmente piccola da sembrare quasi una cosa messa lì per caso.

Di fronte, però, c’è un piccolo supermercato.

Entro per acquistare qualcosa da mangiare e qui arriva un’altra piccola sorpresa.

I prezzi.

Li guardo e mi viene quasi da sorridere.

Sono decisamente più alti rispetto a quelli a cui siamo abituati in Italia.

Da una parte è comprensibile: 

i prezzi nel Regno Unito sono generalmente più elevati rispetto a quelli italiani, ma qui siamo in un luogo davvero remoto, quasi all’estremo nord della Gran Bretagna.

Portare fin quassù qualsiasi prodotto ha naturalmente un costo.

Quindi faccio la spesa, pago e torno alla moto.

Da questo momento inizia la mia discesa verso sud.

Sto percorrendo la parte occidentale delle Highlands e, a giudicare da quello che sto vedendo, probabilmente sto entrando nella zona più spettacolare di tutto il viaggio.

Continuo a seguire la NC500 e ogni curva sembra regalarmi qualcosa di nuovo.

Piccoli paesi, montagne, laghi, vallate, scogliere e l’oceano che compare continuamente tra una curva e l’altra.

A un certo punto trovo una piazzola attrezzata per il picnic.

È praticamente impossibile resistere.

Mi fermo.

Davanti a me c’è l’oceano.

Preparo il mio pranzo e mi siedo a mangiare con questa vista spettacolare.

È uno di quei momenti in cui penso che, alla fine, è proprio per vivere situazioni come questa che sono partito.

Sono lì, da solo, con la mia moto, il mio pranzo e un oceano davanti.

Poi arriva un camper.

Scendono un uomo e sua moglie.

L’uomo nota subito la moto e, soprattutto, quei particolari accenti fucsia che ormai sono diventati una sorta di firma della mia Tiger.

Iniziamo a parlare.

Le domande sono quelle che ormai mi sento fare praticamente ogni giorno:

“Da dove vieni?”

“Dove stai andando?”

“Quanto tempo rimani?”

“Da quanto sei in viaggio?”

Gli racconto che sono partito dall’Italia, da Milano, e gli spiego il percorso che sto facendo attraverso la Scozia.

Lui ascolta incuriosito e ci scambiamo qualche informazione sui nostri viaggi.

È uno di quegli incontri brevi che nascono spontaneamente lungo la strada.

Poi arriva il momento dei saluti ma non saranno gli ultimi…..

Loro ripartono con il camper.

Io salgo sulla mia Tiger.

E ognuno continua il proprio viaggio.

Riparto.

La strada continua a scendere verso sud e, ancora una volta, la Scozia riesce a sorprendermi.

Cominciano a comparire delle spiagge incredibili.

Sabbia bianca, acqua limpida, baie che per certi versi sembrano quasi caraibiche.

Quasi.

Perché c’è un piccolo particolare che impedisce completamente l’illusione tropicale:

la temperatura.

Il panorama potrebbe ricordare i Caraibi, ma il clima decisamente no!

Fortunatamente quella giornata il tempo mi sta dando una tregua.

Non piove.

E questa è una notizia talmente importante, dopo i giorni precedenti, che decido di approfittarne.

Quella sera dormirò nuovamente in tenda.

Era già qualche giorno che non lo facevo e, visto il meteo favorevole, mi sembra il momento perfetto per tornare a dormire all’aria aperta.

Prenoto quindi un campeggio a Ullapool.

Ullapool è una cittadina davvero fantastica, uno dei punti di riferimento di questa parte delle Highlands, affacciata direttamente sul mare.

Il campeggio che ho scelto è proprio vicino all’oceano.

Arrivo e scopro che le piazzole riservate alle tende non sono direttamente sul mare.

Poco importa.

Dopo una giornata come questa, va benissimo comunque.

Il campeggio è molto bello, pulito, curato e ben attrezzato.

Trovo il mio posto, scarico la moto e comincio a montare la tenda.

Finalmente la mia piccola casa per la notte è pronta.

Sistemo le mie cose e comincio a preparare la cena.

E proprio mentre penso che, finalmente, posso godermi una serata tranquilla davanti alla tenda, arriva una sorpresa.

Una sorpresa della quale avevo già sentito parlare.

Ma che fino a quel momento non avevo ancora avuto il piacere di conoscere personalmente.

I midges.

I famigerati moscerini scozzesi.

All’inizio penso che siano semplicemente qualche insetto attirato dall’umidità.

Poi mi guardo intorno.

Ce ne sono tantissimi.

Una quantità impressionante.

Forse è l’umidità, forse la vicinanza al mare, forse il fatto che il campeggio è completamente immerso nel verde.

Qualunque sia il motivo, quei minuscoli insetti sembrano aver deciso che quella sera il loro unico obiettivo sono io.

Fortunatamente avevo portato da casa lo spray antizanzare.

Comincio a cospargermi come se dovessi affrontare una guerra chimica.

Per un po’ funziona.

O almeno credo.

Mentre sono intento nella preparazione della cena mi passa davanti una persona che mi saluta, al momento non reagisco e lui nota il mio stupore e mi ricorda che ci siamo incontrati poco prima nel parcheggio a pranzo….

Desolato chiedo perdono per non averlo riconosciuto, ci facciamo una grande risata e ci salutiamo.

Finisco di preparare la cena, mangio velocemente e cerco di godermi ancora qualche minuto all’aperto.

Ma alla fine devo arrendermi.

Stare fuori è praticamente impossibile.

I midges hanno vinto.

Raccolgo quello che posso, mi rifugio nella tenda e chiudo la cerniera.

Finalmente sono al sicuro.

O almeno credo.

Mi sdraio nel sacco a pelo e penso che, anche questa volta, la Scozia mi abbia regalato una giornata incredibile.

Dunnet Head, le scogliere, l’oceano, le spiagge bianche, le Highlands, l’incontro con quei due viaggiatori e Ullapool.

Un’altra giornata piena.

Un’altra giornata in moto.

E un’altra notte in tenda.

Domani mattina si riparte.

Sperando, naturalmente, di non trovare ad aspettarmi una nuova sorpresa scozzese.

Capitolo 7 – Da Ullapool all’isola di Skye e all’isola di Mull

La mattina al campeggio di Ullapool mi sveglio proprio con una sorpresa……

Anzi, a dire il vero, non è proprio una sorpresa.

Era stata ampiamente preannunciata durante la notte.

Ha piovuto.

E anche parecchio.

Mi ero svegliato più volte nel cuore della notte, cullato si fa per dire dal rumore incessante della pioggia che batteva sulla tela della tenda.

Quel tipico rumore che, quando sei al caldo sotto le coperte di casa, può anche essere piacevole.

Quando invece sei dentro una tenda, in Scozia, a migliaia di chilometri da casa e con una moto da preparare il mattino seguente, lo è un po’ meno.

Fortunatamente, quando apro la tenda, la pioggia ha smesso.

Il cielo non promette certamente una giornata memorabile dal punto di vista meteorologico, ma almeno non sta piovendo.

La tenda, naturalmente, è completamente bagnata.

Poco importa.

Prima di smontare tutto mi preparo la colazione.

E quella mattina mi concedo una vera colazione da campeggio:

due belle uova strapazzate.

Le uova le avevo comprate qualche giorno prima e, incredibilmente, erano ancora belle tranquille nel bauletto della moto.

Non so se siano state più fortunate loro a viaggiare attraverso la Scozia o io.

Faccio colazione, poi comincio a smontare la tenda.

Asciugo quello che riesco, raccolgo tutto, carico i bagagli e lego nuovamente ogni cosa alla moto.

La Tiger è pronta.

Prima di partire, però, decido di fare un giro per Ullapool.

Ullapool

Ullapool è una cittadina relativamente piccola, con circa  mille duecento abitanti, ma in questa parte delle Highlands rappresenta un vero punto di riferimento.

In mezzo a una zona così poco abitata, Ullapool assume infatti un’importanza particolare.

È affacciata sul mare, ha il suo porto, qualche negozietto, ristoranti e piccoli locali dedicati anche ai turisti.

È molto carina.

Passeggio un po’, guardo le case, il porto, i negozi e scatto qualche fotografia.

Mi piace.

Poi torno alla moto.

La destinazione della giornata è ambiziosa:

l’isola di Skye.

Riparto quindi da Ullapool e mi rimetto sulla strada.

All’inizio il viaggio procede bene.

Poi, come ormai sembra essere diventata una consuetudine in Scozia, il cielo decide di cambiare idea.

Comincia a piovere.

E questa volta non è una pioggerellina passeggera.

È una pioggia insistente, continua, che mi accompagnerà praticamente per tutta la giornata.

Il mio completo in goretex laminato sta facendo il suo lavoro egregiamente e continuo.

La strada, nonostante il tempo, rimane spettacolare.

Le Highlands continuano a regalarmi paesaggi incredibili e io procedo verso la mia destinazione.

La pioggia battente è così forte che, quasi per caso e senza rendermene conto, mi ritrovo a percorrere uno dei passi scozzesi più belli e spettacolari: 

il Bealach na Bà . 

La strada inizia subito a impennarsi;

la salita si fa ripida e mi costringe a scalare un paio di marce. 

Man mano che salgo, all’acqua si unisce una nebbia fitta: non si vede nulla, è come guidare alla cieca. 

Di tanto in tanto le nuvole si aprono su uno scorcio di paesaggio, ma la mia attenzione resta tutta incollata all’asfalto. 

Anche qui la carreggiata è stretta, intervallata solo dai luoghi di passaggio . 

Affrontarla in moto, sotto il diluvio e nella nebbia, non concedere il minimo spazio alla distrazione.

L’isola di Skye

Sceso dal Bealach Na Bà , poco dopo finalmente arrivo sull’isola di Skye.

La pioggia, però, non accenna a diminuire.

E a questo punto penso anche alla notte.

Devo trovare un posto dove dormire.

So già che non sarà semplice.

La Scozia, per quanto riguarda le sistemazioni, non è esattamente compatibile con il mio modo abituale di viaggiare.

Io sono abituato a decidere abbastanza liberamente dove fermarmi.

Magari alle cinque o alle sei del pomeriggio, quando comincio a essere stanco, apro il telefono, cerco un albergo e prenoto.

Qui non funziona proprio così.

In Scozia, soprattutto in determinate zone e nei periodi di maggiore affluenza, bisogna essere molto più organizzati.

O prenoti il giorno prima, oppure rischi seriamente di non trovare nulla.

E sull’isola di Skye quella sera non riesco proprio a trovare una sistemazione.

Niente.

Comincio allora a pensare a un piano alternativo.

Prima, però, visto che sono arrivato fin qui, voglio comunque vedere qualcosa dell’isola.

Mi fermo a visitare le famose cascate e poi raggiungo la distilleria Talisker.

Anche sotto la pioggia, Skye riesce a essere spettacolare.

Le montagne, il verde, le coste, le cascate e quella luce particolare che solo il clima scozzese riesce a creare rendono il paesaggio quasi surreale.

Ma il tempo passa.

E io devo trovare un posto dove dormire.

Finalmente riesco a trovare una sistemazione.

Il problema è che non si trova a Skye.

Si trova sull’isola di Mull.

E questo significa una cosa sola:

devo ripartire.

Mi aspettano ancora parecchie miglia, strade da percorrere e, soprattutto, altri traghetti.

Verso Mull

A questo punto non ho molto da pensare.

Salgo sulla moto e parto.

La giornata è ormai lunga, la pioggia continua e la situazione non è esattamente delle più confortevoli.

Ma non ho paura.

Non mi spaventa la distanza, 

non mi spaventa il tempo e non mi spaventa il fatto di dover continuare a viaggiare mentre il resto del mondo probabilmente sta già pensando alla cena e a un letto caldo.

Io devo semplicemente arrivare.

E allora continuo.

Una strada dopo l’altra.

Un traghetto dopo l’altro.

Chilometro dopo chilometro.

Il paesaggio rimane comunque fantastico.

Anche con la pioggia, anche con il cielo grigio, anche quando sono stanco.

La Scozia continua a regalarmi immagini che difficilmente dimenticherò.

E finalmente, verso tarda sera, arrivo alla sistemazione che avevo trovato.

Sono stanco.

Ma sono arrivato.

E già questo, dopo una giornata del genere, è una piccola vittoria.

L’incontro con gli altri motociclisti

Appena arrivo trovo ad accogliermi un gruppo di motociclisti.

A guardarli, penso che probabilmente anche loro abbiano avuto una giornata simile alla mia.

Tra loro c’è una coppia francese.

Lui ha una Tiger 1200.

Ci fermiamo subito a parlare.

Due motociclisti che si incontrano per strada hanno sempre qualcosa da raccontarsi.

E in questo caso ancora di più.

Il bello di viaggiare da soli è proprio questo.

Quando sei solo, quando arrivi in un posto, non hai nessuno con cui parlare.

E allora, quasi automaticamente, finisci per parlare con tutti.

Il viaggio in solitaria ti rende incredibilmente socievole.

Dopo aver scambiato qualche parola con lui, comincio a sistemare la moto.

Tolgo le borse, slego i bagagli e porto tutto nella mia sistemazione.

Finalmente posso farmi una doccia.

Mi lavo, mi cambio e mangio qualcosa.

Poi esco in giardino.

La struttura è davvero molto carina: una sistemazione al piano terra, con dei piccoli giardini esterni e alcuni tavoli dove gli ospiti possono fermarsi a chiacchierare.

E naturalmente, anche qui, non riesco a stare da solo per molto.

Trovo un gruppo di ragazzi provenienti da Newcastle.

Sono in sei, un gruppo di amici.

I primi con cui comincio a parlare sono una coppia, marito e moglie.

La conversazione, inevitabilmente, finisce sulla moto.

Guardano la mia Triumph, osservano gli accessori, i dettagli e gli immancabili accenti fucsia.

Poi scoprono che sono italiano.

E a quel punto si illuminano.

La cosa che li incuriosisce più di tutto è una:

un italiano in Scozia con una Triumph.

Per loro è quasi un avvenimento.

Mi guardano e mi chiedono, con una certa sorpresa:

“Ma come mai un italiano con una Triumph e non con una Ducati?”

Io sorrido.

Perché, sinceramente, non so nemmeno bene cosa rispondere.

Dalle loro parti evidentemente l’associazione è quasi automatica:

italiano = Ducati.

E invece io sono lì, nel nord della Scozia, con la mia Triumph Tiger Rally 900, con gli accenti fucsia, completamente immerso nel loro mondo.

E la cosa sembra divertirli tantissimo.

Del resto, durante questo viaggio, ogni volta che qualcuno mi chiede da dove arrivo e poi vede la moto, succede più o meno la stessa cosa.

Italiano.

Triumph.

Scozia.

Una combinazione che evidentemente li incuriosisce parecchio.

E così, anche quella sera, finisco per chiacchierare con persone che fino a poche ore prima non conoscevo e che probabilmente non rivedrò mai più.

È anche questo il bello di un viaggio in solitaria.

La strada ti porta in posti incredibili.

Ma sono spesso le persone che incontri lungo il percorso a rendere quei posti ancora più speciali.

La giornata è finalmente finita.

Sono stanco, ma soddisfatto.

Domani ci sarà un’altra strada da percorrere.

Un’altra isola.

E, molto probabilmente, un’altra storia da raccontare.

Ci vediamo domani.

Capitolo 8 – Dall’isola di Mull all’isola di Bute

La mattina seguente riparto dall’isola di Mull.

La destinazione di oggi, però, non è una destinazione qualsiasi.

Forse, dal punto di vista umano, è addirittura la destinazione clou di tutto il viaggio in Scozia.

Finalmente è arrivato il momento di andare a trovare il mio amico Andy McBloke, per tutti semplicemente Haggis.

Io e Haggis non ci siamo mai incontrati di persona.

Fino a quel momento ci eravamo conosciuti soltanto attraverso Facebook e Messenger.

Ma oggi, finalmente, ci sarà l’occasione di stringerci la mano.

Per arrivare da lui mi aspettano ancora due traghetti.

Salgo quindi sulla mia Tiger e comincio la giornata.

Oban

La prima tappa è Oban, una delle cittadine più conosciute delle Highlands e famosa, naturalmente, anche per il whisky.

E secondo voi potevo arrivare a Oban e non andare a visitare una distilleria?

Assolutamente no.

Sarebbe stato quasi un sacrilegio.

Oban è davvero spettacolare.

È affacciata sul mare e presenta quelle caratteristiche case scozzesi in pietra che ormai sono diventate una presenza familiare durante il mio viaggio.

Passeggio per la cittadina, mi guardo intorno e raggiungo la distilleria.

La visita è davvero interessante e, naturalmente, alla fine non posso esimermi dall’acquistare una bottiglia di buon whisky.

Un altro souvenir da aggiungere alla collezione del viaggio.

Terminata la visita, torno alla moto e riparto.

La strada continua a regalarmi panorami splendidi e, dopo aver attraversato nuovamente la zona del Loch Ness, mi dirigo verso il punto da cui dovrò prendere il traghetto per raggiungere l’isola di Bute.

L’isola di Bute

Finalmente arrivo sull’isola.

So già che Haggis quel giorno lavora in un pub e che il suo turno comincia alle tre del pomeriggio.

Io, però, sono arrivato con un po’ di anticipo.

E allora quale occasione migliore per fare un giro dell’isola?

Bute non è enorme.

Alla fine penso di aver percorso complessivamente una cinquantina, forse sessanta miglia, girandola praticamente tutta.

E devo ammettere una cosa.

Haggis mi aveva detto che il posto più bello della Scozia era Bute.

Io avevo pensato che fosse semplicemente campanilismo.

In fondo è il posto dove vive.

È normale che per lui sia il più bello.

Ma devo essere sincero:

Bute è davvero, davvero carina.

Strade tranquille, paesaggi verdi, mare, piccoli centri abitati e quella tranquillità che sembra essere una caratteristica di queste isole.

Mi godo il giro senza fretta.

Poi arriva il momento che aspettavo.

È metà pomeriggio.

È ora di andare a trovare Haggis.

Finalmente Haggis

Mi reco al pub dove lavora.

Entro.

Lui, naturalmente, è impegnato a lavorare, intento a servire i clienti.

Poi mi vede.

Per un attimo rimane sorpreso.

Non si aspettava la mia visita.

Ci salutiamo calorosamente.

Finalmente, dopo esserci conosciuti soltanto attraverso uno schermo, ci troviamo uno davanti all’altro.

Ci facciamo subito qualche fotografia ricordo.

E Haggis ha anche un piccolo pensiero per me: una bellissima spilla con la bandiera italiana e quella scozzese insieme.

Un gesto davvero molto carino, che apprezzo tantissimo.

Poi mi offre una birra alla spina.

Una bella pinta di Tennents, che mi gusto mentre rimaniamo a chiacchierare.

Ed è proprio in quel momento che ripenso a come è nata questa amicizia.

Da Messenger alla Scozia

Io e Haggis ci eravamo conosciuti virtualmente l’anno precedente.

Lui era in Italia per un viaggio in moto e aveva avuto un problema meccanico, un guasto alla sua Triumph.

Haggis fa parte del Triumph Owners Motorcycle Club di Glasgow, mentre io faccio parte del club italiano (ed inglese).

Così mi aveva contattato tramite Messenger, cercando una persona del club italiano che potesse dargli una mano.

Mi ero reso disponibile e gli avevo indicato un concessionario che avrebbe potuto occuparsi della moto e permettergli almeno di rimettersi in viaggio e riuscire a tornare a casa.

Per me era stata semplicemente una cosa normale.

Un motociclista che ha bisogno di aiuto?

Si cerca di aiutarlo.

Niente di più.

Haggis, però, evidentemente l’aveva apprezzato molto.

Ancora oggi, ogni tanto, mi ricorda quel favore e mi ringrazia calorosamente.

E io continuo a pensare che, in fondo, è stato davvero un piacere.

È anche per questo che incontrarlo oggi, finalmente di persona, ha un significato particolare.

Non è semplicemente una tappa del viaggio.

È la dimostrazione che il mondo della moto riesce davvero a creare legami tra persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza.

Due fratelli separati alla nascita

Naturalmente non può mancare la fotografia insieme.

La scatto e la mando immediatamente agli amici motociclisti del Triumph Club.

E qui entra in scena Renzo, uno dei nostri amici più simpatici.

Renzo prende la fotografia e decide di divertirsi un po’ con l’intelligenza artificiale.

Il risultato fa sorridere tutti.

Perché, a guardarla bene, la somiglianza tra me e Haggis è davvero notevole.

Siamo praticamente entrambi pelati.

Entrambi con la barba grigia.

E, messi uno accanto all’altro, sembriamo quasi due fratelli separati alla nascita e Renzo da buon burlone ci scherza su questo fatto modificando la foto con l’ AI.

Una di quelle coincidenze che rendono ancora più divertente un incontro già speciale.

Ridiamo della cosa e continuiamo a chiacchierare ancora un po’.

Poi arriva il momento dei saluti.

Ci stringiamo la mano, ci salutiamo e io riprendo la strada.

È stato un incontro breve, ma davvero importante.

Da un messaggio su Messenger, nato per un problema meccanico, siamo arrivati a ritrovarci insieme in un pub su una piccola isola scozzese.

Non male come evoluzione di un’amicizia motociclistica.

L’albergo degli anni ’50

Dopo aver salutato Haggis, mi dirigo verso la sistemazione che avevo prenotato per quella sera.

Come ormai ho imparato a mie spese, trovare un albergo in Scozia non è affatto semplice, soprattutto se si pretende di prenotare quando ormai la giornata è quasi finita.

Quella sera avevo trovato una soluzione economica.

Arrivo.

La struttura, tutto sommato, è anche carina.

Ma appena entro mi sembra di essere finito direttamente dentro una macchina del tempo.

È tutto in perfetto stile Happy Days.

La sala da pranzo, la sala d’attesa, la hall, le scale e persino le camere sembrano riportarmi indietro agli anni Cinquanta o Sessanta americani.

Quasi mi aspetto da un momento all’altro di vedere comparire Fonzie.

L’atmosfera è particolare e sicuramente ha il suo fascino.

Ma c’è un problema.

La mia camera è molto buia.

E, sinceramente, non mi entusiasma per niente.

Pazienza.

Dopo una giornata così intensa, quello che mi serve veramente è una doccia, qualcosa da mangiare e soprattutto dormire.

Domani ci sarà un’altra giornata.

E un’altra strada.

Per ora spengo la luce, o almeno ci provo.

A domani mattina.

Capitolo 9 – Dall’isola di Bute al Galles

La mattina seguente, quando mi sveglio sull’isola di Bute, mi rendo conto che il viaggio sta per prendere una direzione completamente diversa.

Fino a quel momento avevo seguito più o meno l’idea che mi ero fatto prima di partire.

Ma, in realtà, non avevo prenotato praticamente nulla.

Non avevo un itinerario rigido, non avevo alberghi prenotati per ogni notte e non avevo una tabella di marcia precisa.

Avevo semplicemente costruito nella mia testa un percorso.

E, giorno dopo giorno, lo avevo seguito.

Più o meno.

Perché adesso arriva il momento di cambiare programma.

La svolta

Inizialmente avevo pensato di continuare verso l’Irlanda.

L’idea era quella di visitarla per qualche giorno, per poi tornare nuovamente in Inghilterra e da lì scendere verso la Francia.

Ma comincio a fare due conti.

Fino a quel momento di traghetti ne avevo presi parecchi.

E, sinceramente, cominciavo anche a essere un po’ stanco di continuare a salire e scendere da una nave.

Andare in Irlanda avrebbe significato prendere altri traghetti, spendere parecchi soldi e, alla fine, rimanere sull’isola probabilmente soltanto un paio di giorni.

E allora penso:

ne vale davvero la pena?

La risposta che mi do è no.

Ma c’è anche un’altra ragione.

Da giorni continuo a sentirmi dire la stessa cosa:

“Devi andare in Galles.”

“Il Galles è fantastico.”

“Ci sono strade spettacolari.”

“Se sei in moto non puoi saltarlo.”

E alla fine mi convinco.

Come faccio a essere arrivato fin qui e non andare in Galles?

Non posso.

E allora cambio programma.

La nuova direzione è sud.

Destinazione: Galles.

Un piccolo problema elettrico

Prima di lasciare Bute devo però risolvere un piccolo problema che mi accompagna ormai da qualche giorno.

La ricarica del telefonino.

Dopo l’acquazzone del giorno precedente, il cavo di alimentazione aveva cominciato a dare problemi e si era addirittura surriscaldato.

Non mi piace per niente.

Un cavo costa poco, ma il telefono durante un viaggio come il mio è praticamente indispensabile.

Quindi niente drammi.

Mi fermo in un supermercato, ne compro uno nuovo, butto quello vecchio e risolvo il problema.

Anche questo fa parte del viaggio.

Piccoli inconvenienti che, se affrontati con tranquillità, diventano semplicemente altre cose da sistemare lungo il percorso.

Con il nuovo cavo nello zaino, posso ripartire.

Benvenuto in Galles

Scendo verso sud.

E dopo un po’ comincio a vedere il Galles.

E devo dire che rimango piacevolmente sorpreso.

Anzi, mi rendo conto che quello che mi avevano raccontato era assolutamente vero.

Il Galles è davvero, davvero bello.

È molto rurale.

Del resto, tutta l’Inghilterra che sto attraversando è profondamente agricola: prati, fattorie, mucche e pecore praticamente ovunque.

In Galles, però, mi sembra che ce ne siano ancora di più.

Le strade sono spettacolari.

Alcune sembrano davvero disegnate da ingegneri motociclisti per i motociclisti.

Curve, salite, discese e paesaggi che si aprono improvvisamente davanti alla moto.

Ed è proprio quello che cercavo.

Non volevo semplicemente andare da un punto A a un punto B.

Volevo vedere luoghi diversi.

Volevo percorrere strade che normalmente non avrei mai percorso.

E così comincio a prendere anche le strade secondarie.

Le viette laterali.

Quelle che il navigatore probabilmente considera quasi un errore.

E qui arriva una delle sorprese più curiose.

Mi ritrovo a percorrere strade strettissime.

Ma quando dico strette, intendo davvero strette.

Forse due metri e mezzo.

Non arrivano nemmeno a tre metri.

Sono strade utilizzate principalmente dai pastori e dagli agricoltori per spostarsi da una fattoria all’altra e per gestire il bestiame.

A volte mi chiedo persino come possa passare una macchina.

E qui noto una differenza rispetto alla Scozia.

I passing place sono molto più rari.

In Scozia erano praticamente una presenza costante e permettevano di gestire abbastanza facilmente il traffico sulle strade a una sola corsia.

Qui, invece, sono quasi inesistenti.

La cosa incredibile, però, è che non servono quasi mai.

Perché, pur essendo strade a doppio senso, praticamente non incontro nessuno.

Percorro chilometri e chilometri senza incrociare una macchina.

Ogni tanto compare qualche piccolo paese.

Poche case, una chiesa, magari un pub e qualche fattoria.

Paesini piccoli, tranquilli e bellissimi.

E io continuo a guidare.

Senza fretta.

Mi fermo in un piccolo supermercato, devo dare sfogo al mio nuovo mestiere: cuoco da campeggio

Durante il viaggio ho ormai sviluppato un’altra abilità.

Sono diventato praticamente un cuoco provetto.

Quando passo davanti a un supermercato entro e faccio rifornimento.

Hamburger.

Salsicce.

Uova.

Pancetta.

Salmone.

E tutto quello che può essere cucinato con un piccolo fornelletto da campeggio.

La sera, quando arrivo, preparo la mia cena.

La mattina, quando ho tempo, mi cucino qualcosa.

Il pranzo invece è molto più semplice.

Cerco di sfruttare il più possibile le ore di luce e il tempo a disposizione per andare in moto, quindi normalmente mi fermo, compro un panino e riparto.

Pochi minuti e sono di nuovo in sella.

La fattoria nel Galles

Per quella sera ho deciso di dormire nuovamente in campeggio.

Del resto, rispetto alla Scozia, le temperature in Galles sono decisamente più piacevoli.

E poi, ormai, la tenda è diventata una compagna di viaggio a tutti gli effetti.

Prenoto quindi un campeggio che si trova all’interno di una fattoria, gestito da due ragazzi.

Quando arrivo, prima ancora dei proprietari, ad accogliermi sono loro….. 

Le pecore.

Sono praticamente dappertutto.

Mi viene quasi da pensare che siano loro le vere padrone del campeggio.

Finalmente arriva il ragazzo che gestisce la struttura.

È gentilissimo.

Mi indica il posto dove posso sistemare la tenda e mi dice anche che, se voglio, hanno già delle tende particolari, praticamente delle strutture a forma di piccoli tepee, dove potrei sistemarmi comodamente.

Ringrazio, ma preferisco montare la mia.

Anche perché la mia tenda, dopo la pioggia dei giorni precedenti, è ancora un po’ umida e questa è una buona occasione per farla asciugare.

La monto.

Sistemo i bagagli.

Preparo il mio piccolo campo.

Tavolino.

Fornelletto.

Pentolino.

E finalmente arriva il momento della cena.

La carbonara… migliorata

Come spesso accade quando viaggio da solo, anche quella sera la mia presenza attira la curiosità di qualcuno.

Dalle tende vicine arrivano alcuni ragazzi.

Mi fanno qualche domanda.

Da dove vengo?

Da quanto tempo sono in viaggio?

Che percorso ho fatto?

Racconto loro del viaggio, dell’Italia, della Scozia, delle Highlands e di tutto quello che ho visto fino a quel momento.

Naturalmente, quando scoprono che sono italiano, parte immediatamente la conversazione sull’Italia.

E come potrebbe essere altrimenti?

Uno di loro mi racconta di essere già stato in Italia.

E soprattutto mi dice una cosa:

ha assaggiato la carbonara.

“Era buonissima!”

Fin qui tutto bene.

Poi arriva il colpo di scena.

Mi dice che, una volta tornato a casa, ha provato a rifarla.

Io già mi immagino la scena.

E infatti arriva la frase:

“Però l’ho migliorata.”

Io lo guardo.

“Come l’hai migliorata?”

E lui, tranquillissimo:

“Ho aggiunto i funghi.”

Mushroom.

Lo guardo e scoppio a ridere.

“Ma nella carbonara i funghi non ci vanno!”

Lui non sembra particolarmente convinto.

“Ma sono buoni con la pancetta e con le uova.”

A quel punto mi viene da sorridere ancora di più.

In fondo, penso, probabilmente avrà preso ispirazione dalla sua colazione inglese.

Pancetta, uova, funghi.

Per lui evidentemente la combinazione funzionava perfettamente.

Per me, invece, quella non era più carbonara.

Era una nuova ricetta.

Una carbonara versione gallese.

Ci facciamo una risata e continuiamo a parlare ancora per un po’.

È proprio questo che mi piace del viaggio.

Anche una semplice serata in un campeggio può trasformarsi in un incontro con persone che non conoscevi fino a pochi minuti prima.

Racconti la tua storia.

Ascolti la loro.

Scopri cose nuove.

E magari finisci anche a discutere, rigorosamente con il sorriso, di come si prepara una carbonara.

La serata ormai volge al termine.

Spengo il fornello, sistemo le mie cose e mi infilo nella tenda.

Domani mi aspetta un’altra giornata di viaggio.

Un’altra strada.

Un altro pezzo di questo lungo percorso verso casa.

E chissà quale sarà la prossima sorpresa.

Capitolo 10 – Il Galles

Con il Galles inizia una nuova parte del mio viaggio.

Dopo aver attraversato la Scozia, dopo le Highlands, i traghetti, le isole e le strade che sembravano non finire mai, decido di continuare la mia discesa verso sud attraversando il Galles.

La sera precedente mi ero fermato in un campeggio nel nord del Paese, all’interno di un’azienda agricola.

Ed era esattamente il tipo di posto che cercavo.

Fuori dalla mia tenda pascolavano tranquillamente le pecore e, qua e là, razzolavano le galline.

Niente grandi strutture.

Niente alberghi.

Niente caos.

Solo campagna, animali, silenzio e la mia tenda.

Era questo che volevo trovare durante il viaggio.

E adesso che sono in Galles, mi accorgo che il Paese comincia davvero a conquistarmi.

Il Galles mi sorprende

Scendo verso sud e, chilometro dopo chilometro, rimango sempre più affascinato.

Devo essere sincero: non me lo sarei aspettato.

Avevo sentito parlare del Galles, avevo ricevuto consigli da diverse persone, ma un conto è sentirne parlare e un altro è trovarsi lì, in sella alla propria moto, a percorrerne le strade.

E quelle strade…

Sembrano fatte apposta per essere percorse in moto.

Le strade principali sono piacevoli, ma sono soprattutto quelle secondarie a conquistarmi.

Sono strette, tortuose, spesso completamente deserte.

Attraversano vallate, colline, campagne e piccoli centri abitati.

Ogni curva sembra nascondere qualcosa.

È proprio quel senso di avventura che cercavo.

Non voglio semplicemente arrivare da qualche parte.

Voglio perdermi un po’.

Voglio vedere quello che normalmente non vedrei.

E il Galles sembra fatto apposta per questo.

Chilometri di solitudine

Una delle cose che mi colpisce maggiormente è la distanza tra i paesi.

Percorro anche venticinque o trenta miglia prima di incontrare un piccolo centro abitato.

In mezzo c’è praticamente di tutto:

campi,

pecore,

fattorie,

strade strette,

colline,

boschi

e tanto, tantissimo verde.

E io mi sento perfettamente a mio agio.

Ogni volta che finalmente incontro un paese, ne approfitto per fermarmi.

Un passaggio al supermercato per acquistare qualcosa da mangiare.

Un controllo al distributore per fare benzina.

Cerco sempre di non arrivare mai al limite con il carburante.

È una delle regole che mi sono imposto durante questo viaggio.

Anche se ho con me due tanichette di benzina di scorta, preferisco non rischiare.

Quando viaggi da solo non sai mai cosa può succedere.

Meglio avere qualche litro in più che trovarsi, magari nel bel mezzo del nulla, con la spia della riserva accesa.

Pranzo nel nulla

A un certo punto trovo una piccola piazzola attrezzata con alcune panchine.

Mi fermo.

Non c’è praticamente nessuno ci sono soltanto due sculture che sembrano degli spaventapasseri.

Sono circondato dalla campagna gallese e ho la sensazione di essere completamente disperso nel nulla.

Ed è proprio questo che mi piace.

Preparo qualcosa di semplice per il pranzo, mi siedo e mangio.

Non ho bisogno di altro.

La moto è lì accanto a me.

Il paesaggio è davanti ai miei occhi.

Il rumore del traffico praticamente non esiste.

È una sensazione difficile da spiegare.

Ma durante un viaggio in solitaria sono proprio questi i momenti che finiscono per rimanerti più impressi.

Riparto.

Continuo verso sud, sempre scegliendo, quando possibile, le strade secondarie.

Il mio percorso sta progressivamente portandomi verso la prossima grande destinazione:

la Cornovaglia.

I campeggi nelle fattorie

Quando arriva la sera, devo trovare un posto dove dormire.

Ormai ho scoperto una soluzione che mi piace particolarmente.

I campeggi all’interno delle aziende agricole.

In Galles ne sto incontrando diversi.

Sono strutture che permettono ai viaggiatori di sistemarsi nei terreni delle fattorie e, contemporaneamente, offrono praticamente tutti i servizi necessari.

Docce.

Bagni.

Cucine.

A volte anche lavanderie.

Insomma, tutto quello che può servire a chi viaggia in moto, in camper, con una roulotte o semplicemente con una tenda.

E in più c’è la possibilità di acquistare direttamente dai produttori alcuni dei loro prodotti.

Uova fresche e biologiche.

Formaggi.

Carne.

Una vera comodità.

Io, naturalmente, mi limito alle uova.

Formaggi e carne sono sicuramente ottimi, ma viaggiando in moto diventa un po’ complicato conservarli correttamente per molto tempo.

Le uova invece sono diventate ormai una presenza fissa nei miei bagagli.

Una piazza grande come dieci campi da calcio

Il campeggio che mi aspetta quella sera è qualcosa di impressionante.

La zona destinata alle tende, ai camper e alle roulotte è enorme.

A occhio e croce sarà grande quanto dieci campi da calcio.

Quando arrivo, la signora che gestisce la struttura mi guarda e mi dice semplicemente:

“Puoi metterti dove vuoi.”

E allora comincio a guardarmi intorno.

Potrei praticamente scegliere qualsiasi punto.

Decido di sistemarmi in una zona abbastanza isolata, ma non troppo.

Perché una cosa è godersi la tranquillità.

Un’altra è dover fare centinaia di metri ogni volta che devo andare in bagno o fare una doccia.

Quindi cerco il giusto compromesso.

Trovo il mio posto.

Parcheggio la Tiger.

Scarico la tenda.

E comincia il solito rituale.

Monto la tenda.

Sistemo i bagagli.

Preparo il tavolino.

Accendo il fornelletto.

E comincio a preparare la cena.

Sono ormai entrato completamente nella mia routine da motociclista solitario.

Ogni sera la stessa sequenza.

Ma ogni sera in un posto diverso.

E quella sera sono lì, nel cuore della campagna gallese, con la mia tenda, la mia moto e tutto il tempo del mondo per assaporare quello che sto vivendo.

Domani si continua a scendere verso sud.

La Cornovaglia si avvicina.

E il viaggio continua.

Capitolo 11 – La Cornovaglia

Ormai il Galles è alle mie spalle. Il viaggio continua verso sud e la mia nuova destinazione è la Cornovaglia.

Scendendo lungo l’Inghilterra attraverso Bristol, 

ho modo di conoscere una città che mi piace davvero molto. 

Bristol la trovo molto carina, vivace, con quel suo carattere tipicamente inglese che, ormai, dopo tanti chilometri percorsi sulle strade britanniche, comincio ad apprezzare sempre di più.

Proprio Bristol mi regalerà, qualche tempo dopo, un piccolo aneddoto che mi farà sorridere.

Durante il viaggio, girando per l’Inghilterra con la mia Triumph, 

indosso sempre il mio inseparabile gilet fucsia, con sulla schiena il logo del Triumph Owners Motorcycle Club Italia. 

È diventato praticamente un mio segno distintivo.

Una volta tornato a casa, pubblico alcune fotografie del viaggio sulla pagina Facebook del TOMCC UK.

Ed è proprio lì che una signora, molto simpatica e gentile, mi scrive dicendomi una cosa curiosa: 

mi aveva visto passare per Bristol.

Era in macchina, proprio dietro di me.

La cosa mi fa sorridere. 

Pensare che, tra migliaia di persone e motociclette che possono attraversare quelle strade, qualcuno abbia riconosciuto proprio me grazie a quel gilet fucsia mi sembra una cosa davvero carina.

La signora, tra l’altro, mi invita anche a partecipare a uno dei loro raduni, dicendomi che sarei assolutamente il benvenuto.

Chissà…

Magari un giorno, tra qualche anno, potrei davvero tornare da queste parti. E questa volta non soltanto di passaggio.

Verso la Cornovaglia

Lasciata Bristol, continuo a scendere verso la Cornovaglia.

All’inizio il paesaggio mi sembra molto simile a quello che ho appena lasciato alle spalle in Galles. Le strade, le colline, i panorami e quella campagna così verde e ordinata sembrano quasi una continuazione naturale del viaggio precedente.

Poi, lentamente, qualcosa comincia a cambiare.

Le colline diventano più fitte, il paesaggio assume caratteristiche un po’ diverse e la Cornovaglia comincia a mostrare il proprio volto.

A questo punto penso a una cosa abbastanza semplice.

Dopo essere arrivato al punto più a nord della Gran Bretagna, come posso farmi scappare il punto più a ovest e quello più a sud?

Sono entrambi qui, in Cornovaglia.

E quindi decido che saranno le mie prossime due mete.

La prima è Land’s End, il punto più occidentale della Gran Bretagna.

Land’s End

Purtroppo, però, la giornata non sembra avere nessuna intenzione di aiutarmi.

La pioggia comincia a accompagnarmi e, praticamente, non mi lascerà più fino alla sera.

Quando arrivo a Land’s End sono ormai immerso in un vero e proprio acquazzone. Piove forte, c’è nebbia e il cielo è completamente chiuso.

Insomma, il posto che immagino di trovare con il mare davanti, 

l’orizzonte infinito e il classico panorama spettacolare della Cornovaglia decide di mostrarsi nella sua versione più scozzese possibile.

O meglio… nella sua versione più britannica possibile!

Di fatto, c’è ben poco da vedere.

Mi fermo comunque, 

perché essere arrivato fin lì significa aver raggiunto un altro punto importante del mio viaggio. Scatto qualche fotografia ricordo, giusto per poter dire: io a Land’s End ci sono arrivato.

Anche se, a essere sinceri, più che la fine della terra riesco quasi a vedere la fine del mondo attraverso la nebbia!

Riparto quindi, sempre sotto la pioggia, dirigendomi verso il punto più a sud della Gran Bretagna.

Il punto più a sud

Anche durante questo trasferimento l’acqua continua a cadere.

Quando finalmente arrivo alla mia seconda meta, fortunatamente la pioggia concede una piccola tregua.

Non è proprio una giornata da cartolina: il cielo è ancora completamente nuvoloso e c’è anche un po’ di nebbia. Però almeno riesco a godermi il momento e a scattare qualche fotografia.

Due estremi della Gran Bretagna raggiunti nello stesso viaggio.

Il nord, il punto più settentrionale, e adesso l’estremo sud e quello occidentale.

Sono soddisfatto.

Peccato soltanto per il tempo, che avrebbe potuto regalarmi panorami completamente diversi. Ma anche questo fa parte del viaggio. E, soprattutto, fa parte di un viaggio in moto attraverso il Regno Unito.

La strada verso casa

Dopo aver attraversato la Cornovaglia e raggiunto anche queste ultime due mete, comincio a rendermi conto che qualcosa è cambiato.

Da questo momento in poi la strada è inevitabilmente indirizzata verso casa.

Il viaggio, lentamente, sta entrando nella sua fase finale.

La prossima direzione è Dover, ma prima c’è ancora un luogo che voglio vedere, anche se so già che probabilmente non riuscirò a visitarlo.

Stonehenge.

So che arriverò tardi e che, molto probabilmente, sarà già chiuso. Non ha senso quindi correre per arrivare davanti ai cancelli e trovare tutto sbarrato.

Decido così di cercare un campeggio nelle vicinanze e di fermarmi per la notte.

Ancora una volta, la soluzione arriva da un’azienda agricola.

Ormai ho imparato ad apprezzare moltissimo questi campeggi ricavati all’interno delle fattorie inglesi. Sono semplici, immersi nella natura, ma allo stesso tempo offrono tutto quello che serve per stare comodi.

Anche questo posto non fa eccezione.

Il terreno messo a disposizione per le tende si trova in una posizione panoramica, affacciata su una vallata.

E questa volta, più che le strutture o i servizi, è proprio il panorama a lasciarmi senza parole.

La vista davanti a me è semplicemente spettacolare.

Dopo una giornata trascorsa sotto la pioggia, arrivare in quel luogo e trovare quella vallata davanti alla tenda è quasi una ricompensa.

Monto la tenda, sistemo le mie cose e mi preparo per la serata.

Ancora una volta sono lì, da solo, con la mia moto parcheggiata poco distante e il mio piccolo campo base montato in mezzo alla campagna inglese.

La Cornovaglia ormai è alle mie spalle.

Davanti a me ci sono ancora Stonehenge, Dover, la Manica…

E poi, finalmente, casa.

Capitolo 12 – Stonehenge e il ritorno verso casa

La mattina seguente smonto la tenda, sistemo tutto, carico la moto e, questa volta, c’è una sola direzione da seguire.

Casa.

Ormai il viaggio sta volgendo al termine e davanti a me rimangono soltanto gli ultimi chilometri attraverso l’Inghilterra, il traghetto per la Francia e poi la strada verso l’Italia.

Prima, però, c’è ancora una piccola tappa che voglio concedermi.

Stonehenge.

La sera precedente non ero riuscito ad arrivare in tempo per l’orario di chiusura, quindi decido di passarci la mattina.

Peccato che ci sia un altro piccolo problema.

Sono arrivato troppo presto.

Il sito è ancora chiuso.

La ricerca della strada laterale

Arrivo davanti all’ingresso e provo a entrare nel parcheggio, ma una guardia mi ferma immediatamente.

Mi fa capire che il sito è chiuso e che non posso entrare.

A quel punto mi ricordo di un Adriano che era stato a Stonehenge un paio d’anni prima e mi aveva raccontato che esisteva una stradina laterale dalla quale era possibile vedere il famoso sito senza necessariamente entrare nell’area a pagamento.

Penso quindi che sia la soluzione perfetta.

Mi metto alla ricerca di questa fantomatica stradina.

Giro, cerco, guardo le indicazioni…

Niente.

Non riesco proprio a trovarla.

Comincio a pensare che forse il mio amico, nel raccontarmela, avesse dimenticato qualche piccolo dettaglio!

Alla fine, un po’ sconsolato, decido di lasciar perdere e mi rimetto in strada verso Dover. Il traghetto non mi aspetta e ho ancora parecchia strada da fare.

E proprio quando ormai avevo rinunciato, succede una cosa quasi comica.

Percorrendo la strada, vedo finalmente una piccola stradina sulla sinistra.

È lei!

Svolto e mi ritrovo davanti a un piccolo esercito di camper parcheggiati. Evidentemente parecchie persone hanno avuto la mia stessa idea e, probabilmente, hanno trascorso lì la notte proprio per poter vedere Stonehenge senza entrare nel sito.

Parcheggio anch’io e, poco distante, eccole lì.

Le pietre di Stonehenge.

Non posso certamente farmi scappare l’occasione.

Scatto qualche fotografia ricordo e finalmente posso dire di aver visto anche Stonehenge.

Non esattamente come avevo immaginato, ma va bene così.

Dopotutto, anche questi piccoli inconvenienti fanno parte del viaggio.

Risalgo sulla mia Triumph e riparto.

Questa volta la destinazione è Dover.

Dover e il traghetto

Arrivato a Dover, svolgo tutte le procedure necessarie per il check-in e per l’imbarco.

Una volta completate le formalità, raggiungo il mio gate e mi metto in attesa di salire sulla nave.

Ed è proprio lì che succede un altro di quegli incontri casuali che ormai hanno caratterizzato tutto il mio viaggio.

Arriva una coppia di italiani.

Vedono che sono italiano e iniziamo a parlare.

Scopro con grande sorpresa che sono di Bergamo e, soprattutto, che abitano praticamente vicino a casa mia.

Il mondo è davvero piccolo.

Sono in viaggio con il loro camper e, parlando, la signora mi dice una cosa ancora più curiosa: mi aveva già visto quella mattina al benzinaio.

Eravamo stati lì a fare rifornimento praticamente nello stesso momento, senza sapere minimamente chi fossimo.

Adesso, invece, ci ritroviamo insieme in attesa di imbarcarci sullo stesso traghetto.

Ci raccontiamo un po’ i nostri viaggi, le strade percorse, le esperienze vissute durante quei giorni.

Naturalmente finiamo anche a parlare di moto, perché scopro che anche il marito è motociclista.

Tra una chiacchiera e l’altra passa il tempo e arriva il momento di salire a bordo.

Ci salutiamo e ognuno prende la propria strada sulla nave.

La traversata verso Calais passa velocemente.

Forse perché, ormai, sono entrato completamente nella modalità “ritorno a casa”.

Dalla Francia verso il Belgio

Arrivato a Calais, scendo dalla nave, risalgo sulla moto e riparto.

Non ho ancora prenotato nulla per la notte.

Come ormai è diventata una consuetudine durante questo viaggio, finché posso voglio continuare a fare strada.

L’idea è semplice: andare avanti finché ne ho voglia e finché le condizioni me lo permettono, poi cercare un posto dove dormire.

Questa volta, però, il meteo decide per me.

Attraversando il Belgio comincia a piovere.

Prima qualche goccia, poi sempre più insistentemente.

A quel punto capisco che è inutile continuare a fare l’eroe.

Devo trovare un posto dove fermarmi.

Comincio quindi a cercare un campeggio e ne trovo uno che offre anche delle piccole casette di legno.

Perfetto.

Mi dirigo verso il campeggio senza aver prenotato nulla.

Quando arrivo, mi aspetto quasi di dover spiegare la situazione, cercare una soluzione all’ultimo momento o sentirmi dire che non c’è posto.

Invece succede esattamente il contrario.

Mi accolgono calorosamente, senza alcun problema, e mi mettono a disposizione una di quelle casette di legno.

E la sorpresa è ancora più piacevole quando entro.

È una casetta davvero bella, semplice ma confortevole, perfetta per passare la notte.

Dopo tanti giorni passati a montare e smontare la tenda, sotto il sole, con il vento e soprattutto con la pioggia, quella piccola casetta mi sembra quasi un albergo a cinque stelle.

Parcheggio la Triumph, sistemo le mie cose e finalmente posso riposarmi.

Prima vado al Bar del campeggio e chiaccherando con il barista mi lascio convincere ad assaggiare una delle birre Belga più buone che abbia mai bevuto, è talmente convincente che ne prendo un altra.

Ritorno alla mia casetta di legno molto confortevole e mi preparo la mia succulente cena con il mio inseparabile fornelletto da campeggio.

Il viaggio continua.

Ma ormai, chilometro dopo chilometro, la distanza da casa si accorcia.

La Scozia, il Galles, la Cornovaglia, l’Inghilterra e tutte le avventure di questi giorni stanno lentamente diventando ricordi.

Davanti a me ci sono ancora diversi chilometri.

Ma la strada di casa è ormai iniziata.

Capitolo 13 – Rientro verso casa

La mattina seguente lascio il campeggio in Belgio.

Davanti a me ci sono circa mille chilometri di strada.

Mille chilometri che, a pensarci bene, non mi spaventano più di tanto. Li ho già percorsi altre volte, per ben quattro volte, quindi so che è una distanza impegnativa, ma non impossibile.

Decido semplicemente di partire e vedere come va.

Non voglio stabilire a priori dove fermarmi. Percorrerò la strada e, se durante il viaggio sentirò il bisogno di fermarmi, cercherò un posto dove passare la notte. Altrimenti continuerò.

L’obiettivo è uno solo: tornare a casa.

Attraverso le Ardenne

Parto dal Belgio e, proprio come era successo durante il viaggio di andata, torno ad attraversare le Ardenne.

È una zona che continua ad affascinarmi moltissimo.

Verde, collinare, piena di strade che sembrano fatte apposta per essere percorse in moto. Mentre attraverso questi paesaggi penso che sarebbe davvero bello tornarci con più calma, magari dedicandoci un viaggio vero e proprio.

Perché questo è uno degli aspetti che mi piacciono di più dei viaggi in moto: 

anche quando stai semplicemente tornando a casa, continui a scoprire luoghi che ti fanno pensare:

“Qui ci devo tornare.”

Lascio quindi alle spalle il Belgio e proseguo attraverso il Lussemburgo.

Poi ancora la Germania.

E infine la Svizzera.

Chilometro dopo chilometro, la strada continua a scorrere sotto le ruote della mia Triumph.

La stanchezza comincia naturalmente a farsi sentire, ma tutto sommato il viaggio procede senza particolari difficoltà.

A un certo punto mi rendo conto che posso farcela.

Posso arrivare fino a casa.

E così continuo.

Mille chilometri dopo

Alla fine, senza fermarmi per la notte, riesco a completare l’intero viaggio di rientro in un’unica tirata.

Mille chilometri.

Quando finalmente arrivo a casa sono stanco.

Molto stanco.

Ma insieme alla stanchezza c’è quella sensazione che, ogni volta, rende speciale la fine di un viaggio.

La soddisfazione.

Sono consapevole di aver vissuto un’altra avventura memorabile, una di quelle che rimangono dentro e che, con il passare del tempo, probabilmente diventeranno ancora più belle da ricordare.

Ripenso a tutto quello che ho attraversato.

La Scozia, con i suoi paesaggi, le sue strade, la pioggia, il vento, le Highlands, i traghetti e gli incontri.

Il Galles, che inizialmente non era nemmeno nei miei programmi e che invece mi ha conquistato con le sue strade incredibili e i suoi paesaggi.

L’Inghilterra, con le sue città, la campagna, la Cornovaglia, Land’s End, il punto più a sud, Stonehenge e tutte quelle persone incontrate casualmente lungo il percorso.

E poi le tante notti passate in campeggio, le tende montate e smontate, i piccoli fornelli, le cene improvvisate, la pioggia, il sole, il vento e tutto quello che, giorno dopo giorno, ha costruito questo viaggio.

Ora è il momento di ricaricare le energie.

La moto, per qualche giorno, potrà finalmente riposarsi.

Io anche.

Ma so già come andrà a finire.

Perché quando un viaggio finisce, dopo un po’ comincia inevitabilmente a nascere una nuova domanda:

Dove si va la prossima volta?

E allora, mentre archivio nella memoria questa nuova avventura, non posso fare altro che cominciare a pensarci.

Il viaggio in Scozia è finito.

Ma la voglia di partire… quella no.


Fabio Monzani
RIDESOLO74 

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