Lode al 1050

“Bisogna vedere quello che non si è mai visto,
vedere di nuovo quello che si è già visto,
vedere in primavera quello che si era visto in estate,
vedere di giorno quello che si è visto di notte,
con il sole dove la prima volta pioveva,
vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto,
l’ombra che non c’era.
Bisogna ritornare sui passi già dati per ripeterli e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.”
(J. Saramago, Viaggio in Portogallo)

Maggio 2025.

Finisce un giovedì infinito al lavoro, arrivano le 20.
Stacchi il pc, chiudi lo studio e ritorni a casa.

Domani si parte, è tempo per il sopralluogo del prossimo raduno e il navigatore segna inesorabilmente che i km saranno 760 considerando il trasferimento.

Tiger pronta in garage, pieno fatto, catena check.
Borse montate.
Perfetta, si accende sempre, facile, veloce, confortevole, moderna.

Eppure.

Eppure talvolta quando arriviamo al momento di girare la chiave capita di ripensare a quella moto in particolare a cui leghiamo ricordi, pensieri, strade.
Il mio è legato a una motocicletta in particolare.

Questo, che per me è più di un ricordo, è indissolubilmente legato a una motocicletta in particolare.

Perchè la Speed Triple non è solo un oggetto, è un’icona di un pensiero imperfetto che nasce quasi 30 anni fa.

L’idea di spogliare una moto. Due fari. Un motore e un telaio.
Basica.

Anno 1997

Il fratello di mia madre, Amerigo, percorre tutto il triveneto per lavoro e rientrando a casa per Verona si sofferma davanti alla vetrina di Nicola Martini.

E lì c’è lei.

Nera. Sul fianchetto la scritta “Speed Triple T509”.
Fari cromati.
Niente carena. Niente di tutto.
Folle.

Arriva a casa 20 giorni dopo.
Mio padre, motociclista di lungo corso con un recente passato in pista con moto giapponesi, la guarda con doveroso sospetto.

Perchè la Speed è così.
Nasce fuori dagli schemi, e così arriva oggi.
Con un motore ingombrante, un telaio e forme accoglienti.
Non deriva da nulla.
Quella che oggi viene chiamata Hypernaked, non una sportiva senza carena, è semplicemente la Speed.
Non è la più leggera, non la più potente.
Nasce per essere un oggetto da usare su strada.
Si guida rotonda, ha un avantreno di granito che va accompagnato, un motore potente, che spinge sempre, qualsiasi marcia tu decida, lei c’è.
Lei e il suo cambio imperfetto, le pedane un po’ troppo alte per chi è sopra il metro e 75.
Il fischio ai bassi che chi la conosce la sente arrivare.

E quella che vediamo oggi passa per la matita geniale di Carlo Talamo attraversando tutte le revisioni che ne hanno conservato sostanzialmente intatte le caratteristiche essenziali.

Qui un piccolo ricordo del lavoro visionario che venne realizzato sul cosiddetto “Kit S” che portò in seguito alla commercializzazione della M.Y 2005

Che mentre penso di cambiare la Tiger per qualcosa di diverso faccio il solito, maledetto errore.

Ricerca.

Speed Triple.

Speed Triple 1050.

Una, a 20 km da casa.

Il giorno dopo sono a vederla.
Ha qualche lavoretto da fare. Gomme, tagliando, batteria. Cose ordinarie.

La solita Speed il giorno dopo è sui cavalletti in garage.
Tagliando, un po’ di olio nuovo. Pastiglie nuove.
E lei riparte, perfetta come sempre.
Un bel treno di Continental Sport Attack. Mi ero quasi dimenticato quanto è largo il 190 al
posteriore.

L’ultima dei 1050
La RS del 2018. Il canto del cigno.

150 cavalli, lo stesso motore con qualche vitamina in più. Fondo scala a 11.000 giri, una coppia regolare dai 4 fino agli 8000. La piattaforma inerziale. Tutto moderno che la circonda. Il cambio elettronico con blipper.
Lo stesso telaio dal 2011.
Due romantici silenziatori Arrow sottosella che sembrano cannoni, anacronistici già nel periodo in cui la moto andava in produzione di serie e, rigorosamente, forcellone monobraccio.

Poi metti la prima ed è sempre lo stesso cambio impreciso con una leva chilometrica.

E allora adesso, che sei pronta, dove ti porto?
Dove ti porto…

Il luogo per me più caro con questa moto è dove ho imparato a guidare.

Io, la Raticosa e mio padre collegato in interfono.
Lui, molto più bravo di me, e il passo iconico per tutti noi emiliani.
Quel maledetto interfono.
E la mia amatissima SS65.

“Oggi vado in Raticosa”.

Quella lingua di asfalto che per chi come noi viene dalla pianura sotto il livello del mare, che noi Ferraresi chiamiamo “La bassa”, significa vedere un po’ di orizzonte.

E lì la Speed è perfetta.
Perchè, se tu volessi, questa strada potresti percorrerla interamente in quarta marcia e non cambiare mai.
E infatti lei è li e ti chiede di andare.

Pianoro, esci dal centro abitato.
Terza marcia sinistra, scalo. Seconda, destra a chiudere e tornante che sarebbe da prima.

La Speed scoppietta in rilascio quando sei basso di giri.
Vuole la seconda e un po’ di gas e frizione.
Un attimo di freno posteriore.

“Metti la testa nella curva”.

Terza e destra che apre.
Quarta.

Si apre tutto la vallata.
Diobò che bello questo pezzo. La strada si allunga.Testa nella curva.
7000 giri. S con destra – sinistra da quarta.
Quinta.

“Non serve che vai veloce sul dritto che poi in curva ti mordo i garetti” 1.

Rallento.

Livergnano.

C’è un sinistra che se guardi a destra si vede tutto l’appennino.
Il 1050 borbotta.
“Solo un attimo e andiamo”
Non tolgo neanche la terza che si riparte.
E via in discesa. Destra- sinistra – destra.

C’è un attimo che fai “la barba” al guard rail sapientemente appoggiato alla casa sulla curva in uscita.
Quarta.

Si apre tutto la vallata.
Diobò che bello questo pezzo. La strada si allunga.

Lunga sulla sinistra che poi inizia il guidato.

“Tieni la testa attaccata ed esci di più con il corpo”

Sabbioni.

Loiano.

Monghidoro.

Località “La Ca”.
Mi ha sempre fatto impressione. Ci sono i guard rail per motociclisti gialli.
Sono, penso, 20 case.
Sinistra da terza perfetta, con destra a seguire e poi via.

“Chiudi tardi la prima ed entra stretto sulla seconda”.

Sinistra in terza, il triple risuona tra i muri delle case. Devi vincere la sua inerzia per farla cambiare direzione anticipando dove vorrebbe andare lei.

Destra da seconda che chiude.

“Tieni la corda che sembra tu stia andando per campi”

Sinistra che apre. Terza, e ancora quarta.
Destra da seconda, esci e c’è l’asfalto che salti quindi tienila dritta.
Sinistra lunga da quinta.

Con questa ne ho avute quattro.
Tutte maledettamente imperfette.

Mi fermo sul piazzale.
E’ martedì mattina.
Due ragazzi con le sportive. Sembrano le caricature di Giobar, le tute di pelle logore e sbiadite e le saponette consumate.
Qualche viaggiatore. Un paio di tedeschi bevono il caffè.

“Quelli che vanno veloci hanno il casco bianco, perché d’estate hanno meno caldo”.

Sorrido.

Da sempre ho un casco bianco per il turismo, mai per moto sportive, solo perché mi dava fastidio dargli ragione.

Lo chalet è sempre lì.
Entri.

“Ciao Doc, il solito caffè?”
“Ciao ragazze, il solito”.

E mentre guardi fuori con le pale eoliche che ruotano ci pensi.
A quanto mi manca, maledettamente, quell’interfono.

E che è sempre la solita
maledetta
Speed Triple.


Nicola Mazza (DrNick)

  1. in Ferrarese, “le caviglie” ↩︎

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